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In città bande violente con decine di minori in azione

di Stefano Totaro
In città bande violente con decine di minori in azione

Le forze dell’ordine hanno a che fare con una nuova realtà: i ragazzi rubano vestiti, rapinano cellulari poi li rivendono per comprarsi hascisc, marijuana e alcolici. Il tutto finalizzato soltanto allo sballo

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MODENA. Bande di giovanissimi. Come quelle che popolano i film d’oltre oceano. Hanno i loro quartieri generali ormai istituzionalizzati, si sparpagliano sul territorio perseguendo obiettivi costanti, cioè rubare per fare cassa. Rubano magliette, jeans, giacche e scarpe. Rubano soprattutto i cellulari ai coetanei o ai giovani che assalgono in strada. I negozi di telefoni o e di apparecchiature tecnologiche sono meta delle loro transumanze. Svuotano auto, spaccano i distributori di sigarette o le macchinette delle merendine.

E poi rivendono la merce e con i soldi ricavati prendono droga. Oppure fanno direttamente lo scambio: una griffe per qualche stecca di hascisc. E se gli affari vanno bene, ecco che si mettono in proprio, iniziano a vendere fumo, pochi pezzetti per attirare qualche neofita a comprare da loro il necessario per farsi uno spinello. E così il giro si allarga. La base quasi sempre magrebina e ghanese, che costituisce i nuclei di bande, separate ma con lo stesso modus operandi, si allarga di presenze italiane, di ragazzi più fragili, con poca “famiglia” alle spalle.

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Ma l’aspetto forse più preoccupante di questo fenomeno non è quello relativo allo spaccio. È piuttosto che questi ragazzi che costituiscono le bande, per lo più minorenni e con qualche capetto appena maggiorenne, “lavorano” avendo come unico obiettivo lo sballo finale. Cioè rubano, comprano il fumo e bottiglie a non finire e poi iniziano a fumare e a bere, consumano il tutto fra loro. Un giro che si autoalimenta, finalizzato allo sballo “trasgressivo”.

«Abbiamo a che fare con decine e decine di questi ragazzi - spiegano in polizia - anzi, potrei dire ormai centinaia. Il tipo classico è ben definibile: maghrebino o ghanese figlio di immigrati, di seconda o terza generazione, già ben integrato. Di solito questi sedici, diciassettenni sono iscritti a istituti scolastici, dove la loro frequenza è sporadica.

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Si ritrovano alla mattina e iniziano a fare shopping: la loro giornata consiste nel girare in centro e nei centri commerciali e, quando è il momento giusto, saccheggiare negozi in serie. Ci sono quelli che fanno tre negozi in centro, lungo la via Emilia, e poi riescono a scappare. Poi ci sono quelli che si occupano di smartphone, tablet, iPhone e materiale tecnologico. Entrano in un gruppo scappando con qualcosa. Sono abilissimi, tra loro c’è sempre la figura dell’informatico, quello che riesce a eludere sistemi e sofisticate applicazioni di sicurezza per rintracciare l’apparecchiatura. Questo vale per il “settore” furti. Ma è chiaro che lo smartphone, così diffuso tra i loro coetanei, è la merce più facile da rubare perché basta una aggressione, un po’ di violenza e di minacce e il gioco è fatto. Poi, finito con lo shopping o con le aggressioni, ecco che questi vanno al Novi Sad o ai Giardini pubblici dove devono far fruttare il loro operato. Rivendono, piazzano. Prendono l’hascisc o i soldi e poi comprano bottiglie e si sballano fumando. Sono una attrazione per i ragazzi più deboli, una spinta al vivere sopra le righe, sballando, bevendo, rubando. Noi cerchiamo di “intercettare” le loro strade, li denunciamo. Ma sono sempre casi complicati, non sempre si riescono a fare retate o altro...».

 

Basti pensare ad un reparto come quello della Mobile, sezione reati contro il patrimonio, dove confluiscono tutte queste denunce di reato, dallo smartphone strappato di mano allo studente alla rapina con fucilate al benzinaio.

Spesso l’episodio di bullismo è solo la punta di un iceberg le cui radici sono ben saldate in un sistema di vita che porta a vivere e a comportarsi in modo illegale. Senza uno scopo se non l’autodistruzione, senza una meta, senza un futuro.

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