«Mafie infiltrate in una Bassa distratta»
Il convegno a San Felice con i sindacati: «Cambiare le regole sugli appalti», ma in Emilia è mancata la consapevolezza
SAN FELICE. «Proponiamo i nostri operai e applichiamo regole organizzative per evitare problemi». Ovvero - per dirla in altri termini - un muratore-schiavo al costo di 11 euro all’ora.
A fare le cose con un minimo di regole - è noto - ne costa almeno il doppio, 23 euro.
Il volantino con quelle proposte lo hanno “sequestrato” i sindacati a Rimini e portato alla Procura. Gli stessi sindacati che ieri lo hanno proiettato a San Felice, in occasione del convegno “L’edilizia non è cosa vostra”, dedicato alla legalità e alla lotta alle infiltrazioni, specie negli appalti. Infiltrazioni rese evidenti anche dalla nuova prassi - ben nota a San Felice, se si pensa ad un certo Bolognino e ai suoi vari amici locali - di piazzare nelle aziende emiliane operai sfruttati e umiliati ,alle “dipendenze” del clan.
«Quello trovato a Rimini è un foglietto indecente, io avrei aperto subito un fascicolo per riduzione in schiavitù», ha reagito il procuratore della Repubblica di Modena, Lucia Musti, correlatore al convegno. La verità è purtroppo che l’Emilia - ex benestante e a sua volta vorace di affari edilizi, più che dotta - non sembra essersi ben resa conto del fenomeno, come si può intuire anche da tanti giudizi auto-assolutori che si colgono nei bar e nelle piazze, nel bel mezzo di una operazione da 150 arresti.
«Rimane scarsa l’attenzione al problema anche da parte della cosiddetta società civile», hanno in effetti lamentato i sindacati, che in questo senso lanciano un appello ad Ance (l’associazione dei costruttori edili) e alle altre controparti datoriali: «Fate la vostra scelta in modo netto, non rappresentate più le aziende infiltrate», ha detto Raghitta, per conto della Cisl.
A San Felice non sono mancate anche passaggi pungenti sulle stesse amministrazioni locali, a loro volta “distratte”, mentre i sindacati hanno ribadito la loro intenzione di costituirsi parte civile nei processi che scaturiranno dall’inchiesta Aemilia sulle infiltrazioni della ’Ndrangheta cutrese.
Vincenza Rando, responsabile legale di Libera, ha comunque cercato di ricompattare i valori, rilanciando l’invito per la giornata contro le vittime delle mafie, il 21 marzo a Bologna: «Diremo al paese che questa è terra di mafia ma anche di antimafia». Rando, avvocato già vicesindaco di Niscemi, siciliana che vive a Modena da un decennio, osserva che a proposito di infiltrazioni «un sindaco non può essere ingenuo, ma deve saperne più di noi; e quello di Brescello si sarebbe dovuto dimettere e andare a fare altro». E, proprio sul tema dell’ amministrazione di Brescello (nel reggiano), dove tra l’altro vive il capoclan Nicolino Grande Aracri, non sono mancati alcuni di solleticanti e inquietanti aneddoti.
Cgil, Cisl e Uil, in questo contesto hanno chiesto anche nella piazza di San Felice di stoppare gli appalti al massimo ribasso («Più dell’80% degli appalti in regione vengono assegnati tuttora con il meccanismo del massimo ribasso, che varia dal 30 al 40% grazie a irregolarità contributive e sulla manodopera», dice il segretario regionale Fillea-Cgil Luigi Giove) e di ridurre le stazioni appaltanti, facendo notare che i controlli nel post sisma sugli appalti pubblici sono effettuati a caso, per un 10% appena dei cantieri: «Nove volte su dieci possono farla franca», ha aggiunto Giove. E Rando ha risposto: «Bene le vostre proposte, però bisogna arrivare sempre prima delle mafie...». Ma torniamo sempre lì: l’emiliano medio ha dimostrato di non cogliere la questione: «Un emiliano a braccio coi malavitosi cutresi è ancora peggio di un siciliano a braccio coi mafiosi», ha provato a scuotere il procuratore Musti, aggiungendo tra gli applausi che bisogna ripristinare il reato di falso in bilancio, quale anticorpo alle degenerazioni che lei stessa aveva ampiamente previsto. Musti, che ha lavorato dal 2002 al 2009 alla Dda di Bologna, assicura infatti che le vicende dell’inchiesta Aemilia «sono vecchie», nel senso di note e stranote, ma che quantomeno ora «l’ordinanza del gip ci consente di dire che tutto quello che sostenevamo non era un esercizio mentale».
«Così adesso nessuno può dire che non sapeva», hanno detto un po’ tutti i relatori al convegno. Accanto al direttore della Gazzetta di Modena Enrico Grazioli, alla dottoressa Musti, all’avvocato Rando, a Giove della Cgil, Antonio Cuppone della Uil, Cristina Raghitta della Cisl, nell’auditorim della biblioteca colmo di gente c’era anche Gian Guido Nobili dell’Osservatorio sulla criminalità della Regione. E Nobili si è prodigato a rammentare le consolidate attenzioni della stessa Regione (anche nella normativa su edilizia e facchinaggi) sul noto fenomeno, aggravato dalla circostanza che in Emilia Romagna sono arrivati 2600 criminali in soggiorno obbligato. Della serie: a maggior ragione c’era da aspettarselo. (ase)
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