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Scrivono di ’ndrangheta, indagati

Scrivono di ’ndrangheta, indagati

Colleghi nei guai perché raccontano l’inchiesta legata ad “Aemilia”

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Si dice che in Italia la stampa non è libera; si dice che i giornalisti sono lontani dalla realtà e si fanno affascinare dalle suggestioni piuttosto che dai fatti; si dice che non informano più. Eppure c’è ancora qualcuno che prova a fare (bene) la propria professione, ma appena esce dal seminato dei comunicati stampa finisce per essere indagato. È quanto sta avvenendo a quattro colleghi - il direttore Paolo Boldrini e i cronisti Rossella Canadè, Igor Cipollina e Gabriele De Stefani - della Gazzetta di Mantova.

Di cosa sarebbero colpevoli? In termini penali li accusano di “pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale” e rischiano l’arresto fino a trenta giorni o un’ammenda da 51 a 258 euro. Molto più semplicemente i carabinieri li hanno iscritti nel registro degli indagati per aver raccontato - carte alla mano - l’inchiesta sulla ’ndrangheta legata ad “Aemilia”, di cui è la costola lombarda. Nell’operazione “Pesci” sono coinvolti anche il sindaco di Mantova, Nicola Sodano e il costruttore edile Antonio Muto, oltre a due ex senatori dell'allora Pdl, Luigi Grillo e Franco Bonferroni, e il presidente emerito del Consiglio di Stato Pasquale De Lise.

La Gazzetta di Mantova ha svelato tutta l’inchiesta, comprese le intercettazioni allegate. Per informare ha utilizzato i documenti dell’accusa, che già erano stati notificati agli indagati e riguardano un’inchiesta conclusa, almeno per ora. È un po’ come se i giornalisti di Modena e tutti quelli che hanno partecipato, con i loro contributi, alla pubblicazione del libro “Ndrangheta all’emiliana”, che narra l’inchiesta “Aemilia” e trovate ancora in edicola, venissero indagati per aver diffuso notizie già note ai diretti interessati.

Due pesi e due misure, quindi, a seconda degli investigatori che si stanno occupando del radicamento e degli affari delle ’ndrine in terra emiliana, lombarda e veneta. Ai colleghi mantovani sono arrivati tanti attestati di stima e di vicinanza a cui ci associamo anche noi. Perché se per creare una cultura antimafia è necessario informare e sensibilizzare, allora è anche necessario permettere ai giornalisti di essere protagonisti di un’azione pedagogica e professionale, visto che ai colleghi non viene mossa alcuna accusa sulla veridicità dei loro articoli... (fd)

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