«Ivan, assassino freddo e cinico»
Le motivazioni della sentenza della Corte d’Appello che ha confermato i venti anni di carcere all'uomo che uccise la sua compagna, Tiziana Olivieri: «Forte capace d’intendere e volere».
MODENA. Ivan Forte, che uccise la compagna Tiziana Olivieri, era capace di intendere e di volere. Lo ha certificato la Corte d’Assiste d'Appello di Bologna nelle motivazioni in cui ha confermato i 20 anni di carcere all’assassino, oltre i risarcimenti alle parti civili: 300mila euro per il figlio, 170mila per la mamma di “Titti”, entrambi difesi dall'avvocato Barbara Tassi, che al contrario del procuratore ha chiesto e ottenuto la conferma della sentenza di primo grado, e 50mila al fratello della Olivieri rappresentato da Valentina Pellegrini. Forte si è “mosso con piena lucidità in una logica di contenimento del danno”, scrive la corte. Non a caso porta via di casa il figlio ed il cane dopo aver appiccato il fuoco e avverte i condomini dell’incendio. Inoltre l’omicida, per dissimulare quanto fatto, invia alla compagna un sms - chiedendole dove fosse finita - con l’intento di sostenere l’allontanamento volontario della donna.
PERCHÉ HA UCCISO?
“Forte - scrivono i giudici - non sopportava più il rapporto con la vittima, tanto è vero che aveva in corso una relazione clandestina (per la quale utilizzava un cellulare dedicato, ndr) e già in precedenza aveva avuto altre relazioni; mal tollerava le responsabilità derivanti dal suo status di convivente e di padre, non sopportava le critiche della donna nei confronti del suo pur discutibile stile di vita. Tutto ciò non ha nulla a che fare con la pretesa incapacità di intendere e di volere. Ha ucciso per motivi del tutto comprensibili ed ha tenuto comportamenti razionali”.
LA PERIZIA PSICHIATRICA
L'avvocato difensore aveva evidenziato, con una perizia fondata sulla genetica, la possibilità di sviluppare malattie psichiatriche “con significativo aumento del rischio di sviluppo di comportamento aggressivo”. I giudici liquidano la prova come "irrilevante”. «Il Forte - aggiungono - non soffre di alcuna malattia di carattere psichico, né di disturbi di personalità di tale entità da intaccare la sua capacità di comprendere, di volere e di agire di conseguenza».
NON C’ERA IRA
Il condannato ha anche provato a giustificarsi invocando un’impeto d'ira causato da una discussione in cui Titti avrebbe gettato a terra il figlio. Una tentativo, quello dell’ira, utile ad invocare le attenuanti generiche. Eppure di quell’episodio non se n’era mai parlato ed era emerso solo quando aveva “messo a punto la propria strategia difensiva”. Addirittura, quasi a voler cancellare anche il minimo sospetto su “Titti”, la corte evidenzia “l’amore che ella provava per il figlio, da lei fortemente voluto e amorevolmente curato”.
IL PROFILO DELL'ASSASSINO
Forte ha ucciso con “freddezza e cinismo” tant’è che la conferma della condanna arriva vista “la gravità estrema dell'azione, del danno cagionato (anche al figlio), la banalità dei motivi, la valida condotta susseguente al reato, lo spregio mostrato anche dopo la morte della vittima”.
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