Pavullo dirà addio alla storica pineta
Da aprile inizierà l’abbattimento di 530 abeti ormai secchi e pericolosi. Sottobosco salvato e altre piantumazioni
PAVULLO. È un intervento che cambierà per sempre il profilo dell'ingresso storico di Pavullo, «pesante e doloroso» come ha sottolineato il sindaco Romano Canovi, ma urgente per evitare innanzitutto altri pericoli. È stato presentato mercoledì sera il progetto di messa in sicurezza e riqualificazione della “pineta di mezzo” segnata dalla moria di abeti rossi e dai crolli dell'emergenza neve.
Un quadro drammatico che condurrà a una decisione drastica: «L'abbattimento di tutti gli abeti, anche di quelli in parte ancora verdi ma malati e destinati a subire la stessa sorte degli altri: è l'unica soluzione possibile», ha rimarcato il tecnico Roberto Candi, che ha predisposto il piano. «È chiaro che l'impatto visivo sarà forte, ma da questa sciagura possiamo trarre una grande opportunità: ci sono già le basi perché l'area da pineta diventi un grande parco autoctono per le nuove generazioni».
Una volta tolti gli abeti infatti (530 tra la via Giardini e via Marchiani, a partire da aprile) non se ne pianteranno altri ma si punterà a valorizzare le piante che sono già cresciute naturalmente in mezzo alla moria, con l'aggiunta di altri esemplari locali, per evitare domani un'altra strage. L'intervento costerà 71mila euro, rappresentando la prima fase di un piano complessivo da 257mila che interesserà anche il Parco Ducale dopo le autorizzazioni della Soprintendenza. «Riusciamo a muoverci adesso perché abbiamo trovato i fondi – ha precisato Canovi – ma dobbiamo farlo con grande attenzione, perché un errore di pianificazione sarebbe imperdonabile. Speriamo che il parco che andiamo a costruire sia lì anche tra 100 anni e per questo, dopo i tagli, vogliamo che il piano di recupero sia condiviso, innanzitutto con i ragazzi delle scuole».
Il tecnico ha spiegato che «non si poteva in nessun modo far fronte a un evento del genere» dovuto all'azione combinata del bostrico dell'abete rosso, che ha scavato gallerie nei tronchi, e di un parassita chiamato armillaria, fungo che provoca il marciume radicale. Si sono insediati rapidamente in esemplari già indeboliti, visto che i primi segnali di crisi risalgono al 2003. Di qui la volontà di voltare pagina con piante tipo frassini, aceri e noci in parte già presenti insieme ad arbusti ed altri esemplari.
Ma perché crescano in modo da diventare parco serviranno almeno 17 anni, in un percorso che prevede due anni di coltivazione e selezione, cinque di affrancamento e controllo e dieci di manutenzione leggera, si pensa a 6mila euro annui di spesa nell'ambito di un piano che fa i conti anche con esigenze di risparmio. Dal pubblico però c'è stato chi ha chiesto di preservare l'identità storica dell'ingresso cittadino con la posa di uno o due filari di piante di alto fusto: «Abeti e pini li escluderei – ha osservato Candi – ma forse si potrebbe tentare con una conifera tipo il tasso». Se ne riparlerà, ora l'urgenza è di tagliare e rimuovere tutto prima dell'estate, per evitare il rischio incendi.
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