Gazzetta di Modena

Modena

«Mi dicevo che non era vero»

di Gabriele Farina
«Mi dicevo che non era vero»

L’esperienza di uno studente nella stanza dei capelli. «Certe cose sono impossibili da raccontare»

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AUSCHWITZ. «Ho capito l’importanza della vita». Gli studenti modenesi varcano per la prima volta le porte dell’ex caserma polacca di Oswiecim. Un luogo più tristemente famoso con il suo nome tedesco: Auschwitz.

Tra quelle mura sono morti oltre cinque volte gli abitanti di Modena. Prima di entrare nel campo di sterminio attraversiamo i metal detector della sicurezza. Cuffia nelle orecchie, seguiamo la guida. Un normale museo? Basta attraversare la prima porta per capire che non è così. “Arbeit macht frei” si legge nel cancello a circa cinquanta metri di distanza: “Il lavoro rende liberi”. Uno dei tanti inganni dei nazisti verso i loro prigionieri, ebrei innanzitutto.

Troviamo un folto gruppo di israeliani con tante bandiere con la stella di Davide. Anche loro sono studenti e seguono un sopravvissuto indiretto. «Vengo da venticinque anni - spiega il preside Vecla, la guida - tutta la mia famiglia è stata uccisa a Birkenau. Mio nonno, mia nonna … . Ogni anno ho deciso di venire qui con le mie classi da una cittadina vicino Modi’in. Non voglio più che il popolo ebraico passi di nuovo un’esperienza del genere. Non ci fidiamo di nessuno». Camminano fianco a fianco, a volte abbracciati. «Li ho visti piangere a dirotto - racconta Federica Raimondi del Wiligelmo - è stato un momento molto forte». Le ore di visita sono poche, ma mettono tutti alla prova. Le quantità di gas usate per uccidere. Le foto dei bambini. I loro disegni. I capelli raccolti dopo gli eccidi e usati per fare tessuti. Le celle striminzite. I ritratti dei sopravissuti. «Ad Auschwitz capisci l’importanza della vita - racconta Cristina Patrascu del Volta - impressionanti i video sulla vita quotidiana degli ebrei prima della Shoah, le foto dei bambini e le stanze minuscole in cui stavano in quattro». Visitiamo la cella di san Massimiliano Kolbe, la baracca della morte e le camere a gas. Il sole dona un piccolo segno di speranza, ma le tenebre sono forti. «Viene la pelle d’oca - riconosce Joel Spano del Volta - soprattutto alla baracca dei bambini».

«Nella stanza dei capelli mi dicevo che non era vero - aggiunge il compagno di scuola Mattia Centineo - è impossibile da raccontare». «Bisogna dire tutto - sembra replicargli Alessandra Vignogna, anche lei del Volta - senza nascondere niente». «Possiamo raccontare l’esperienza ai nostri compagni - aggiunge la compagna Federica Perra - ma non sarà come essere qui». Rivediamo gli studenti israeliani. Camminando cantando e pregando, abbracciati. «Provo una forte rabbia - dice Elena Santini del Wiligelmo - dentro non sono riuscita a vedere i capelli».

«Non ho parole - conclude Greta Bacci - Auschwitz trasmette un forte silenzio».

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