Foro Boario, espone Sugimoto fotografo collezionista del tempo
L’artista giapponese: da 180 anni le immagini determinano il modo in cui guardiamo la nostra storia Esperimenti con scariche elettriche sulle pellicole. A Modena si è innamorato della nostra cucina
Stop time! Hiroshi Sugimoto lo chiede alla fotografia, la sola in grado di fermare il tempo, e di dargli senso, significato. La fotografia come specchio magico che accoglie l'apparizione misteriosa, imprevista di una realtà, di momenti di vita, ci consente di risuscitare la memoria, di riuscire a costruire l'edificio immenso del ricordo che conferisce profondità e durata anche a ciò che sembrava essere più perituro.
Per l'artista giapponese, le cui opere sono esposte fino al 7 giugno al Foro Boario, "la realtà è preda di un moto perenne e inarrestabile, ma quando viene fermata nella immagini si trasforma in singoli frammenti temporali, immobili, paragonate alla farfalle fissate con gli spilli sulle tavole di zoologia per essere esaminate. Il mondo deve essere convertito in immagini fotografiche per poterlo osservare e comprendere adeguatamente, allo stesso modo in cui, per studiare la struttura di un organismo è necessario selezionarlo in porzioni infinitesimali per consertirne l'esame al microscopio. La fotografia è come il vetrino di un frammento di tempo che, una volta piazzato sotto la lente della curiosità, può essere analizzato, compreso, assimilato".
Il fotografo deve porsi come "collezionista del tempo", raccontare la storia del mondo, individuando il tessuto della vita. Lo sa bene Sugimoto che sostiene che da 180 anni è la fotografia a determinare il modo in cui l'uomo guarda la propria storia e percepisce il mondo. E all'immagine fotografica l'artista attribuisce il valore di esperienza di unicità e di meraviglia, volgendo lo sguardo a realtà differenti, di distanza anche temporali.
Con curiosità instancabile passa dai paesaggi marini, segnati da una linea impercettibile che li separa dal cielo, alle architetture moderne e ai ritratti di personaggi famosi. E a stabilire possibili incontri e attrattive col passato, Sugimoto va a scovare nelle immagini dell'inglese William Herry Fox Talbot (1800-1877) che "risalgono direttamente alla prima notte di nozze, quella in cui la fotografia e il mondo visibile sono entrate in relazione tra loro per la prima volta". La vocazione alla sperimentazione e alla verifica di scoperte scientifiche del XIX secolo porta il sessantaseienne maestro giapponese a generare immagini con scariche elettriche direttamente sulla pellicola. Il suo interesse si appunta pure su quelle scene che, prima dell'avvento della fotografia, costituivano il Museo delle Cere e i diorami.
Quasi un bisogno di chiarezza della propria indagine di recuperi culturali, tendente all'ampiezza di un repertorio di immagini di meditazione che presentano miracolosamente uno stile unitario, un linguaggio stupefacente. Un linguaggio che si alimenta di una energia creativa, basata sull'analisi dei particolari di organicità sistematica, di relazioni e di significati. Una lucida analisi che porta l'artista dall'osservazione al disincanto, spogliando la realtà di ciò che è palpabile, misurabile per ricondurla alla dimensione del meraviglioso che essa può contenere e significare.
Un modo di operare che è in stretta consonanza con il proprio mondo esistenziale, con l'affrontare la quotidianità , tra New York e Tokyo. E nel suo atelier della Grande Mela, dove ha costruito un giardino di muschio, si circonda di oggetti e opere d'arte del passato, soprattutto orientali. per guardare alla storia, il cui valore egli afferma tuttora, come aveva fatto anni fa quando faceva il mestiere di antiquario e aveva un buon mercato, collocando pezzi anche nei musei. Da parecchi anni la sua attenzione va alla fotografia, alla quale unisce l'amore per la cucina. E in Italia, dove da un anno è quasi di casa, non può che trovarsi bene. Elogi, naturalmente, anche alla cucina modenese che ha assaporato nei gionri di permanenza in città. E questo singolare interprete dell'immagine confessa candidamente che pure a Tokyo non si sottrae a preparare cene squisite e il suo prossimo libro tratterà di cucina.
La sua è una laboriosa esistenza: ha curato il design di numerosi e la pubblicazione di numerosi volumi; nel 2008 ha aperto un proprio studio di architettura, il New Material Research Laboratory, con cui ha firmato nel 2009 il progettto dell'Izu Photo Museum a Mishima, Shizuoka, Giappone; ha riscoperto e rivisitato le arti del teatro classico giapponese, producendo e dirigendo nel 2001 la performance di teatro Noh Yashima al Dia Center di New York; nel 2013 ha realizzato la performance "Sambaso: Divine Dance" al Salomon R. Guggenheim di New York e ha seguito la messa in scena dello spettacolo di marionette in numerose capitali europee. Delle diverse conoscenze l'artista fa oggetto di elevazione non solo estetica e di culto, nella contaminazione tra arte e vita. Nell'immagine egli entra con tutte le molteplici esperienze della sua intensa esistenza.
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