Gazzetta di Modena

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MODENA DEGRADATA

De Tomaso, capannoni abbandonati e rifiuti

di Saverio Cioce
De Tomaso, capannoni abbandonati e rifiuti

Cartacce che coprono i pavimenti, resti di vecchi impianti fatti a pezzi, una Mini Bertone e una Uaz Sirbir completamente vandalizzate sono la testimonianza di un fallimento annunciato

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E ora? Che succederà ai capannoni della De Tomaso alla Bruciata, a quelle praterie di vecchi registri, d’immondizia, bottiglie rotte e contenitori inutili di pezzi inesistenti?
La domanda è d’obbligo visto che si è appena conclusa dopo cinque anni di carte bollate una vicenda che ha coinvolto 900 operai che avrebbero dovuto costruire a Torino i due nuovi modelli del marchio creato Alejandro De Tomaso nel 1959. Il tribunale piemontese ha definitivamente ceduto aree, impianti e marchio alla Holding L3, una cordata svizzero - lussemburghese, che ha dichiarato di voler riprendere la produzione. Quando e come non si sa ma forse ai nuovi proprietari converrebbe dare un’occhiata anche ai capannoni abbandonati di viale Virgilio, a pochi passi da giganti della grande distribuzione come Coop, Metro e Decathlon.
Mentre per quelle imprese il flusso dei visitatori non si ferma mai, la De Tomaso resta vuota, ospizio di amori mercenari notturni e di sbandati di ogni tipo. La prova? Da uno dei varchi aperti dalla parte del marciapiede parte un vialetto fatto di assi di legno messe in fila sino al cortile asfaltato. In questo modo, di giorno o di notte, al buio, non si corre il rischio di finire in uno dei pozzetti delle vecchie fogne o delle cisterne sotterranee che oggi raccolgono acqua piovana e insetti. Persino il pozzetto d’ispezione dei tubi dell’ ex centrale è aperto; chiunque può rompere quei manufatti in polietilene rimasti miracolosamente interi a undici anni dalla chiusura ufficiale. Dentro i capannoni non c’è la stessa fortuna: non solo i quadri elettrici sono stati divelti, ma persino i tubi al neon e le catene dei piatti che li reggevano a dieci metri d’altezza sul solaio sono crollati a terra.

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Sul pavimento di cemento coperto di carte e vecchie riviste automobilistiche sono sparsi a casaccio pneumatici di varie dimensioni e utilizzo, dalle fuoriserie alle utilitarie: le crepe sulle gomme indicano impietosamente l’età dall’ultimo utilizzo. Un paio di banconi sgangherati e con le gambe ricurve sono la testimonianza muta dell’ex officina di cui non sono rimasti neppure i bulloni. Pure le ultime tre dime di legno, che con ogni probabilità servivano per prototipi e carrozzeria, ricordano che lì una volta c’era chi fabbricava macchine. Oggi solo un facsimile in vetroresina con su scritto “cruscotto” con un pennarello certifica un passato automobilistico.
L’unico legame autentico con la vecchia De Tomaso, dopo che da dicembre a oggi è stato fatto sparire anche una sorta di facsimile di prototipo, sta nei loghi sopravvissuti sulla corrispondenza commerciale.
E anche in due vetture che rappresentano altrettanti capitoli nella tribolata vicenda della maison delle quattro ruote da corsa.
Nel capannone più grande restano una Innocenti Mini Bertone e una Sirbir della Uaz, entrambe senza targa, evidentemente mai immatricolate, vandalizzate in ogni modo e svuotate. La Mini, già prodotta dalla Innocenti a Lambrate (Mi), fu l’unico modello di vettura popolare, con 750 cc, che entrò sotto l’ala del gruppo modenese nel momento di maggior espansione della De Tomaso a trazione modenese.
L’altra vettura rappresenta un pezzo di storia. L’accordo siglato nel 2002 a Mosca, con la presenza dello zar Putin e di Belusconi, allora leader trionfante, prevedeva la costruzione di un fuoristrada a quattro ruote motrici con motore Iveco partendo da un modello Uaz, lo stesso usato dall’esercito sovietico e opportunamente adattato al mercato europeo. Oggi il rottame di una Uaz Sirbir color fucsia è il monumento in rottami del fallimento annunciato. È un ammasso di rottami, una carrozzeria schiacciata sul davanti con motore a pezzi, come se fosse reduce da un crash test. È anche il simbolo eloquente a uno stabilimento fantasma che sarebbe dovuto sorgere a Cutro, in Calabria, con un finanziamento di 80 milioni di euro della Ue nel 2005: i soldi sono spariti, la fabbrica nuova non è mai nata, marchio e progetti sono emigrati a Torino e il tutto è finito in un’inchiesta con al centro la famiglia dell’imprenditore piemontese Rossignolo. Non è mai uscita nessuna nuova vettura De Tomaso.
Fuori dai capannoni resta una tettoia con i servizi igienici, pure questi in uno stato pietoso. Persino la vecchia pompa da distributore, quella usata per il rifornimento delle vetture che uscivano in prova, è ridotta male; frantumato il vetro che proteggeva la consolle degli erogatori, sparito il tubo di gomma con il manicotto e la pistola in metallo.

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Chissà cosa direbbe don Alejandro, come lo chiamavano gli amici, se potesse vedere com’è finita la sua creatura dopo la sua scomparsa nel 2003, un anno prima della liquidazione e nove prima del fallimento. Il sanguigno pilota argentino con un passato di corridore, volle chiamare “De Tomaso Modena” la sua prima officina dove preparava le vetture per i corridori privati. Per lui la nostra città era diventata qualcosa di più della Mecca per i piloti di mezzo mondo attratti dalla competizione tra Tridente e Cavallino. Qui trovò per tre anni un ingaggio come pilota della Maserati dal 1955 al 1959 tramite la Osca; sempre per la stessa casa automobilistica cominciò a elaborare i motori sino a quando cinque anni dopo partì con la costruzione di prototipi e auto in piccole serie.

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Il marchio che ricorda la sua patria, le iniziali del nome marchiate sulle mucche dell’immenso ranch della famiglia materna e il bianco-azzurro della bandiera dell’Argentina, oggi resta su qualche foglio di carta intestata. O nelle cartelline di plastica volate via sino al prato abbandonato davanti a via Virgilio, dove la rete dietro la siepe è rotta in più punti. Da fuori si riesce a distinguere anche una fotocopia sbiadita, incollata in qualche modo di fianco a uno dei portoni sempre aperti: ricorda un raduno delle De Tomaso del 1996.
 

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