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l’intervista

Don Ciotti: i clan sono sempre uguali, cambiano i complici

Don Ciotti: i clan sono sempre uguali, cambiano i complici

L’associazione Libera e la XX Giornata della memoria in ricordo delle vittime delle mafie che si tiene oggi a Bologna: il fondatore don Luigi Ciotti spiega come sono cambiate («per restare le stesse»)...

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L’associazione Libera e la XX Giornata della memoria in ricordo delle vittime delle mafie che si tiene oggi a Bologna: il fondatore don Luigi Ciotti spiega come sono cambiate («per restare le stesse») le organizzazioni mafiose.

Da Mafia Capitale ad Aemilia, solo per citare le ultime inchieste, che tipo di “mafie” rappresentano?

«Mafie con caratteristiche diverse: una più nuova e nascosta, l’altra più tradizionale. Ma non facciamo l’errore di tenerle separate: entrambe ingrassano con le stesse complicità, a volte politiche e a volte imprenditoriali. Quella scoperta in Emilia, è la prova di una “occupazione” in atto da tempo da parte di clan e famiglie che si sono trasferite dalle Regioni di origine in nuovi territori per conquistarli. Spesso si parla di “infiltrazione”, ma non è la parola giusta: l’infiltrazione avviene all’insaputa di coloro che la subiscono. Nel caso dell’espansione delle mafie in Emilia e più generalmente al Nord, c’è stato un tacito patto fra boss in trasferta e imprenditori locali - e in qualche caso uomini della politica, esponenti della borghesia delle professioni - tutti proiettati verso un obiettivo comune: fare affari insieme, controllare pacchetti di voti, condizionare la vita politica e amministrativa delle loro città. La vicenda di “Roma Capitale” presenta caratteristiche differenti. Magistrati e carabinieri hanno scoperto un “sistema mafioso” in gran parte inedito, dove emerge la complicità fra ambienti criminali “rossi” e “neri”, il coinvolgimento di uomini politici e di burocrati di destra e di sinistra, e contiguità preoccupanti negli apparati dello Stato e nei punti nevralgici dell’amministrazione della Capitale. Una mafia più liquida, meno ancorata ai modelli che conoscevamo, molto trasversale».

La mafia oggi ha bisogno di una nuova definizione?

«No, ha bisogno di una nuova comprensione. La mafia, da quando è mafia, è sempre cambiata ed è sempre rimasta se stessa, coniugando continuità e cambiamento. Una volta c’era la mafia del feudo, poi c’è stata la mafia dell’edilizia, poi ancora è arrivata la mafia della droga e infine quella della finanza. Sarebbe fuorviante pensare che ci sia una nuova mafia che non ha nulla a che fare con le precedenti. Quella dei giorni nostri si presenta con nuove forme, volti, complici. Ma è sempre mafia. Mi piacerebbe, anche in questo caso, che si badi più alla sostanza che alla forma: non ha senso giocare sulle parole, sulle definizioni. I fatti bastano e avanzano, se si vuole capire».

Qual è la verità più importante sulle stragi di mafia che ancora non è stata rivelata?

«Sappiamo molto sugli esecutori materiali, ma è una verità ancora parziale. È plausibile che a volere la morte di Falcone e Borsellino siano stati solo i mafiosi di Corleone e di Palermo? Faccio fatica a crederlo. Spero che ci si possa avvicinare alla verità e che un giorno gli italiani sappiano chi sono stati i mandanti di Capaci e di via D’Amelio».

Papa Giovanni Paolo II, Papa Francesco: due stili diversi. Quali potrebbero essere le differenze di questo Giubileo con quello del 2000?

«Intanto una differenza oggettiva la dà il tempo. In questi quindici anni sono successe tante di quelle cose che se pensiamo al 2000 ci sembra di parlare di un’altra epoca. Ma, al di là del contesto storico, un ruolo determinante lo giocherà, credo, la differente provenienza, cultura e anche personalità dei due Papi. Giovanni Paolo II proveniva dal mondo dell’Est e aveva toccato con mano i drammi del materialismo e la tragedia delle ideologie quando diventano sistema totalitario. Papa Francesco proviene dal Sud del mondo e ha vissuto le ingiustizie e le violenze subite da molti di quei popoli, prima dalle dittature e ora da un’economia per molti aspetti di rapina. Le stesse differenze si riflettono nel loro modo di condurre la Chiesa e d’impostare i due Giubilei. Papa Giovanni Paolo II era soprattutto attento ai “lontani”, intesi come le persone “esterne” al mondo della Chiesa. Papa Francesco vuole parlare a tutti, senza per questo escludere le comunità ecclesiali». (a.d’a.)

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