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delitto di via Barozzi

«I fratelli uccisero Spedicato per i soldi»

di Carlo Gregori
«I fratelli uccisero Spedicato per i soldi»

Le motivazioni del Gup per la condanna a 16 anni ciascuno. La difesa: «A colpire la vittima fu uno solo, non ci fu rapina». Tra due mesi l'udienza presso la Corte d'Assise d'Appello

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MODENA. È stata fissata per il 27 e il 28 maggio a Bologna l’udienza presso la Corte d’Assise di appello per il processo di secondo grado riguardante i fratelli nigeriani Raphael (26 anni) e Moses (23 anni) Oloyede, condannati in abbreviato dal gup di Modena Paola Losavio a 16 anni di carcere ciascuno per l’omicidio del maresciallo dell’Accademia Militare Salvatore Spedicato nel maggio 2012 all’interno del suo appartamento in viale Barozzi e la successiva rapina.

I difensori dei fratelli - gli avvocati Cosimo Zaccaria e Alessia Gonzo - hanno impugnato la sentenza di primo grado in quanto sostengono che ci sono alcuni fatti importanti che non sono stati tenuti in considerazione dal giudice e che porterebbero a una sentenza diversa. Innanzitutto la ricostruzione del fatto: le difese sostengono che non è vero che i due fratelli erano a casa di Specato per una relazione mercenaria bensì perché dovevamo avere soldi da lui.

È per questo, affermano, che Raphael ha reagito quando il maresciallo ha messo le mani addosso a Moses, ha brandito un coltello trovato nei paraggi e lo ha colpito lasciandolo a terra sanguinante. Inoltre, non è vero, secondo loro, che il maresciallo fosse stato soffocato da Moses con un laccio che si sarebbero portato da casa, come detto dall’accusa e come riconosciuto dal giudice: di quel laccio, dicono, non si trova traccia e la perizia del medico legale ha escluso segni di questa aggressione, persino se fosse stata protetta da una mano. Quindi, secondo l’avvocato Gonzo, l’aggressore è stato uno solo.

Terzo aspetto, non c’è stata una rapina dopo l’omicidio ma una specie di “sottrazione” di beni legata alla somma dovuta e in ogni caso scollegata dalla morte del maresciallo. Infine, verranno sollevate eccezioni sulla testimonianza di Touvoly, la fidanzata di Raphael. Il movente di questo delitto - ricordiamo che Spedicato è morto ore dopo l’accoltellamento - è stato ricostruito dal giudice nelle sue motivazioni in modo differente. Il gup sottolinea infatti che i due fratelli africani avevano un rapporto personale con Spedicato «di reciproco sfruttamento di condizioni di reciproca debolezza». Se da un lato, il maresciallo era per così dire invaghito di Raphael, dall’altro il giovane nigeriano aveva bisogno di denaro. Per questo, secondo il giudice, sulla scorta della ricostruzione del pm Enrico Stefani, il due giovani erano andati quella sera a casa del sottufficiale: per ottenere denaro «erano disposti ad agire con la minaccia e la violenza».

Il fatto che poi Raphael abbia raccontato di aver voluto difendere il fratello minore dalla attenzioni di Spedicato e di aver quindi preso un coltello in cucina secondo il giudice «tradisce il disperato tentativo di ridimensionare le responsabilità per un omicidio se non programmato quanto meno era fin all’inizio dagli essi accettato. Il coltello, secondo il giudice che li ha condannati, era stato invece portato da casa insieme con il laccio messo al collo (mai trovato), trasportato in uno zaino e tirato fuori a casa di Spedicato.

E che fossero a casa di Spedicato per fare denaro in fretta, lo dimostra il fatto, secondo il giudice, che subito dopo l’accoltellamento i due hanno depredato la casa di qualunque cosa per loro avesse valore e i giorno dopo hanno fatto al più presto prelievi di bancomat vendendo anche la catenina d’oro. Come disse la fidanzata di Raphael (teste secondo la difesa discutibile) «dovevano andare a prendere denaro, hanno litigato e la situazione è degenerata». Gli Oloyede uccisero per soldi, insomma, ma senza crudeltà e senza abiezione.

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