Il trucco di Tunita: come “fare del nero” stando in Tunisia
D’accordo con la coop, Simone crea una società a Tunisi per accumulare il denaro usato poi per le mazzette
Tunita? Mai sentita nominare. Sconosciuta anche l’esistenza di consulenze su Tunisi. Interrogati, i dipendenti della Cpl dicono di non saperne niente. Eppure è intorno all’ “affare Tunita” che si intrecciano le vicende di pagamenti in nero, secondo la Procura di Napoli. Vicende della quali l’ex presidente Roberto Casari e l’ex presidente del Cda Maurizio Rinaldi erano perfettamente al corrente; anzi, erano attivi nel promuoverle, secondo quanto viene desunto da numerose intercettazioni ambientali e telefoniche raccolte, oltre a materiale video ripreso a Roma, dall’aprile al giugno 2014 (dalla progettazione alla prima esecuzione riuscita e quindi a discorsi di nuove consegne).
L’artefice di questo sistema complesso e macchinoso che però garantiva la partenza legale del denaro e l’arrivo illegale dello stesso da e per l’italia, secondo i magistrati napoletani (e il Gip) si chiama Francesco Simone. Ufficialmente, il 58enne è responsabile delle relazioni esterne di Cpl; di fatto, secondo i carabinieri e la pubblica accusa, è colui che costruisce il «sistema criminale» di un circuito finanziario «opaco» che ha il suo perno a Tunisi presso la sede di una fantomatica agenzia chiamata Tunita e che dovrebbe occuparsi di sviluppo di progetti commerciali, contatti, analisi di mercato, analisi della clientela ecc. Simone si propone con un ingaggio del 15% per ogni transazione al quale si aggiungono, in base a successivi accordi con la Cpl, un 5% di “success fee” (rimesse) e di rimborsi spese viaggio ecc. La facciata è altra, secondo i pm napoletani: 180mila euro annui di fisso più “success fee” nel contratto fittizio. Sarà un buon affare, spiega Simone a Rinaldi: «Ti dirò di più, se tu vuoi venire una volta con me in Tunisia che è anche una cosa più sicura, ti apri il tuo conto corrente personale oppure fai un’altra società che costa 200 euro. Tunisia, offshore - gli sillaba - dove tu sei socio unico e garante nella ia stessa banca, così è anche più veloce l’operazione».
Questa l’andata; si ritorna poi con il “cash”, i contanti. Ma come si fa a far rientrare in Italia il denaro uscito e accantonato per spese di marketing e relazioni esterne inesistenti? No problem, taglia corto Simone: «C’e l’ho il metodo, nel senso che il capo scalo della Tunis Air è mio amico». L’amico in divisa all’aeroporto va a braccetto con l’amico direttore di banca a Tunisi («Ce l’ho a libro paga»). Questo segmento del percorso pare dunque cosa fatta. Dice, in modo un po’ spaccone, che può «accontentare» il capo della dogana tunisina e passare anche con cento milioni di euro. Si agirà con cautela, ovviamente, perché il gioco è pericoloso e poi i soldi sono del «capo». Parla di Casari, secondo la Procura: è con lui che si sente in maggio e in giugno e con lui parla dei «documenti» da portare da Tunisi. Parola tutta da decifrare, ovviamente, ma che secondo la ricostruzione allude al denaro nero. Sta di fatto che il 5 maggio Simone dirà poi a Rinaldi che Casari vuole tenerlo alla sede della Cpl in deposito. Tutto a posto, gli viene risposto: il denaro nero è sotto chiave.
Il meccanismo resta comunque macchinoso. Da un lato, l’accordo è che la Cpl versi per le finte consulenze tunisine 45mila euro al mese; dall’altro che il denaro nero di ritorno, destinato ad amministratori pubblici da ungere, secondo la Procura, sia sicuro. In banca o alla sede Cpl.
Si parla di cifre che vanno da poche migliaia di euro a più di centomila. L’unica somma realmente trasportata però risale al 26 aprile: è un pacco di soldi appiccicato sotto il passeggino di un calabrese. Un gesto che «evidenzia una non comune attitudine all’inquinamento è probatorio e a una altrettanta pericolosità sociale», spiegheranno i magistrati napoletani: di qui le esigenze cautelari.
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