Gazzetta di Modena

Modena

Quando 11 figli erano la normalità

di Serena Arbizzi
Quando 11 figli erano la normalità

La storia dei fratelli Tinti, una vera e propria saga nata da Maria e Paolino tra Modena e Addis Abeba

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Undici fratelli, tutti ancora viventi, che quando si radunano tutti insieme con le rispettive famiglie danno vita a veri e propri eventi con una settantina di parenti, happening denominati “Tinti’s day”. La famiglia Tinti è senza dubbio una delle più numerose di Modena: Maria e il marito Paolino hanno messo al mondo undici figli a partire dal 1941, attraversando rocambolesche avventure tra Italia e Africa nel corso dei decenni, prima di stabilirsi in via Barozzi e successivamente in via Rossini per crescere i figli una volta rientrati in Italia. «Era il 1938, nostro padre, Paolo Tinti, che lavorava per il governo italiano ad Addis Abeba, venne in Italia in licenza per qualche mese e in quel periodo avvenne l’incontro con nostra madre, Maria Bergonzini. Lui usciva da una commissione in un palazzo di via Castel Maraldo, dove mia madre abitava e lui era andato per incontrare una zia. Si incrociarono sulle scale. Fu il classico colpo di fulmine per entrambi, con il cuore in gola, che batteva all’impazzata non appena lo vide. Nel corso della licenza chiese la mano di nostra madre. Così il 9 luglio del 1938 Maria, 20 anni, e Paolino, 24, si sono sposati. Nostra madre diceva spesso che era ancora una bambina e partì insieme a nostro padre alla scoperta del mondo. Il viaggio di nozze fu il trasferimento ad Addis Abeba e qui, in Etiopia, vissero mille peripezie. Mio padre assistette all’attentato al Duca d’Aosta: lui ricordava che in quel n cortile dove c’erano quattro colonne una scheggia lo colpì nel polpaccio. E ricordava anche un aneddoto relativo al Duca: quando veniva chiamato altezza, lui rispondeva: sì, un metro e 94. Poi, per ritornare a casa percorse circa 2500 chilometri a piedi e attraversò, da prigioniero degli inglesi, molti luoghi dell’Africa, come il Kenya, che lui ricordava per il suo grande fascino, pur vivendo di stenti nei campi di concentramento. Per tre volte nostro padre rischiò di morire: una volta gli venne l’ulcera perforante a causa di alcuni semi di pomodoro piantati sotto le baracche per sedare una fame implacabile. Lo operarono senza anestesia: gli diedero da bere whisky, gli misero un pezzo di legno in bocca. La scena che lui si ricordava, nitida, era quella dei semi che uscivano fuori dal suo stomaco. Poi, rischiò una polmonite e molti, nel campo, tra i quali padre Michelangelo di Casalgrande (nel reggiano) fecero un appello per recuperare borse dell’acqua calda per curarlo. Nel frattempo nostra madre era stata reimpatriata, ma non aveva notizie di suo marito da due anni» proseguono Teresa ed Elisabetta. «Io lavoro in banca - continua Teresa – e un cliente mi raccontò che mio padre gli aveva salvato la vita. Un episodio di cui non ero a conoscenza e che venni a sapere grazie a questa persona che si è presentata allo sportello. Mio padre e un uomo olandese compilarono documenti in bianco che gli permisero di riscattarsi. Tutte queste esperienze hanno forgiato grandi valori nei nostri genitori: ci hanno donato qualità umana e cristiana, come dignità, rispetto per gli altri, perdono, senso del dovere, con una profonda cultura cattolica di fondo». Una serie di coincidenze lega poi vari componenti della famiglia Tinti. Maria, la mamma, è scomparsa il 5 dicembre del 1989, giorno del secondo anniversario di matrimonio di Elisabetta. Paolo Tinti è rimasto vedovo fino a quando, il 5 dicembre del 2003, è spirato. E il 5 dicembre del 1989 è nata Benedetta, figlia di Pietro.

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