Gazzetta di Modena

Modena

Mazzette, profitti e poi lupare

di Giovanni Tizian

Così è finito il sogno-modello delle coop: disintegrato e morto nei cantieri

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Un’inchiesta, l’ennesima, per corruzione e appalti. Ancora una volta una cooperativa iscritta a Legacoop tra i protagonisti dello scandalo. Il big della politica, in questo caso D’Alema, che viene tirato in ballo come garanzia. Il copione è lo stesso sia che si parli di affari sporchi a destra, sia che se ne parli a sinistra o al centro.

La Cpl Concordia è tra le più antiche cooperative emiliane. Coop rossa per intenderci. Ma in quest’Italia post Tangentopoli non è importante il colore né la fede politica. In queste storie di mazzette e profitti, bianco, rosso e nero, si fondono in un unico colore: nel rosa dei bigliettoni da 500 euro. È lo spirito stesso della cooperazione a finire sul banco degli imputati. Sotto accusa è l’ipocrisia di chi si è mascherato dietro modelli che di etico oggi hanno ben poco. La Cooperazione bianca, rossa, nera e verde che sia, in particolare nel settore edile, si è trasformata in un suk degli affaristi. Tale e quale a le centinaia di imprese che non si mascherano dietro alla sigla “Società cooperativa”.

Quel modello che puntava all’edificazione di una società fondata sui diritti, e non sull’avidità, è finito. È esistito, incarnato dai primi lavoratori riuniti nelle prime vere cooperative. Poi, però, negli anni qualcosa è cambiato. E il modello verso cui tendere sono diventate le S.p.a. Con queste sono nate partnership, gemellaggi, associazioni temporanee per lavorare su un territorio. A seconda della città o delle regioni in cui c’è l’appalto l’azienda capofila sarà quella che gode delle relazioni migliori in quell’area. Anche le cooperative si sono dotate di facilitatori, faccendieri, manager e pescecani vari.

L’unione tra due filosofie diverse del lavoro ha corrotto quella meno aggressiva, quella che aveva scommesso sui diritti oltre che sui guadagni.

È tramontata così il grande sogno di progresso nel quale non tutto è merce, non tutto ha un prezzo e non sempre i costi possono ridursi se questi servono mantenere qualità dell'opera e posti di lavoro. I grandi colossi quotati in borsa rappresentano la concezione opposta: i costi vanno contenuti al massimo(anche se c’è il rischio di fare lavori mediocri e realizzare opere pericolose e pericolanti); il massimo ribasso si è fatto ideologia salvo poi richiedere varianti in corso d’opera che costano miliardi ai contribuenti italiani; i lavoratori sono merce; il compromesso con i ras locali sono necessari se di mezzo c’è il malloppo finale.

Fino agli anni ’70 questi modelli di impresa erano ben distinti. Alternativi, appunto. Poi ha inizio il mutamento. E le differenze si sono assottigliate. I colori mischiati. E così arriviamo ai giorni nostri. Dagli affari in Sicilia con i boss di Cosa nostra, a quelli con la ’ndrangheta in Calabria e con i Casalesi in Campania. Forse non era proprio questo il modello di impresa che avevano in mente i padri fondatori della prima cooperativa nata nel secondo dopoguerra.

Quel sentimento è ancora vivo in alcune realtà territoriali, nelle poche vere cooperative rimaste. Ma quel modello è in gran parte finito. Disintegrato. È morto nei cantieri dove le grandi cooperative flirtano con i padroni del cemento, è morto in quei luoghi di lavoro dove ci sono più artigiani in sub appalto che dipendenti, è morto nelle collusioni con i clan, è morto perché la solidarietà collettiva è stata divorata dall’ingordigia dell’individuo.

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