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Mille firme per riaprire il chiosco che non è abusivo

Mille firme per riaprire il chiosco che non è abusivo

Il Comune vuole la demolizione dell’Habanero, titolari e clienti chiedono di proseguire anche per mantenere vivo il parco

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Perché un chiosco non può aprire se c’è, se non è fatto di cemento armato abusivo, e se non è stato costruito abusivamente?

Perchè non si vuole dare la possibilità di un minimo di vitalità del Parco delle Rimembranze, quasi a voler imporre il deserto nel quale poi prolifera il tanto documentato e reclamizzato “degrado”?

Se lo chiedono in una petizione oltre mille persone, che si rivolgono al Comune perchè non favorisca l’abbandono dei parchi, impegnato com’è nel braccio di ferro - meglio, di cemento armato - con la magistratura, per salvare in qualche modo l’enorme pasticcio nel quale hanno cacciato Modena le scelte del passato.

Se lo chiedono parallelamente i gestori del chiosco Habanero, alla vigilia della nuova stagione che sta per aprire senza alcuna attività nel parco a ridosso del cuore della città. Già, perchè se lo scorso anno tre degli esercizi risparmiati dalle demolizioni e dalla conseguente cementificazione hanno potuto aprire, quest’anno non c’è ancora traccia di questa eventualità. Anzi, secondo le indicazioni che i titolari dell’Habanero hanno dovuto sottoscrivere, il chiosco “salvo” deve essere abbattuto.

«È una storia lunga e controversa», spiega Carlo Serafini, il cui legale, avvocato Giorgio Fregni, ha scritto una lettera formale al Comune.

Sessantatre anni, Serafini ha gestito il chiosco di viale Rimembranze per 27 stagioni: «È divenuto uno dei luoghi di ritrovo storico della città, nell’attività ho coinvolto e fatto crescere i miei figli, ho insegnato loro a rapportarsi con i frequentatori che animano e vivono il parco. Nel parco abbiamo trascorso una parte importante della nostra vita quotidiana...».

Così Serafini, come gli altri, è stato trascinato - suo malgrado - nella rovinosa avventura della cementificazione: doveva abbandonare l’area attuale (sotto il grande cedro) e trasferirsi in un’altra. «Ho speso anch’io i miei 80mila euro, ma senza fare un lavoro, perchè non mi hanno mai rilasciato il verbale di consegna per aprire il cantiere...», commenta. Il risultato è che nel turbine dei procedimenti penali e amministrativi tuttora in corso, il 20 marzo dello scorso anno il Comune ha sparato due colpi alla gambe di Serafini: da una parte ha revocato il permesso a costruire il nuovo chiosco, dall’altra l’autorizzazione unica alla gestione del chiosco.

Poi, con un minimo di ravvedimento, il 23 maggio 2014 il Comune ha rilasciato fino al 30 settembre 2014 una autorizzazione provvisoria. «Ho dovuto ripresentare al Comune tutta la documentazione sanitaria e tecnica che il Comune già possedeva, per certificare che il chioso originario era in grado di sostenere una stagione. E così è stato. ma quest’anno siamo daccapo, anzi peggio, nel senso che non abbiamo ricevuto alcun segnale».

«In questo momento in cui il parco è ferito e abbandonato, è ancora più pressante l’esigenza di persone e di frequentazioni che lo tengano vivo», scrive Serafini nella lettera al Comune, ricordando che di quel chiosco vivono i tre figli e alcuni collaboratori.

L’aria che tira - alla “muoia Sansone con tutti i filistei” - non sembra essergli a favore, ma la logica vorrebbe che se quel chiosco può provvisoriamente rappresentare un presidio della città contro il degrado, invece di ordinarne la demolizione andrebbe tenuto in piedi. Demolendo invece quelli abusivi, per dare finalmente uno spiraglio condiviso - anche dalla magistratura - al futuro del parco.

Alberto Setti

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