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Doping, si indaga su un negozio

Doping, si indaga su un negozio

Qui i ciclisti si passavano notizie su come procurarsi epo. Spunta un giro di escort

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Inchiesta su ciclismo amatoriale e doping: mentre l’indagine condotta dai carabinieri di Sassuolo e dai Nas di Parma è alle ultime battute e il pm Enrico Stefano sta firmando le notifiche di fine indagine per i nove indagati modenesi (ma c’è anche un filone a Napoli e Caserta con 96 indagati), resta il riserbo sui nomi delle persone coinvolte in questa vicenda di ciclisti dilettanti modenesi che si procuravano epo, antitumorali e altri medicinali “H” rubati o ottenuti con truffe da ospedali pubblici e se li “sparavano” per le loro gare e i loro giri. Non solo: secondo l’accusa, qualcuno usava addirittura cocaina per lo scatto da vantare con gli amici. In questo guazzabuglio di sport, velleità e medicinali dopanti, c’è il caso di un negozio modenese che vende materiale per bici da corsa. È stato coinvolto nell’indagine ma i titolari non sono indagati. I carabinieri lo hanno sorvegliato a lungo perché ritenuto luogo di ritrovo privilegiato di scambio delle informazioni proibite su come procurarsi i dopanti provenienti dalla Campania, anche su furgoni che trasportavano mozzarelle di bufala Dop, come quello fermato dai militari. Il negozio, come detto, non è coinvolto nel giro di smercio e spaccio, ma qui si trovavano i maniaci della “pedalata assistita”: professionisti, gente facoltosa, maniaci che spendevano cifre importanti per procurarsi queste sostanze che provenivano dalla sanità pubblica e che erano destinate a malati e che invece assumevano prima di inforcare i pedali. “Atleti” che prendevano parte a gare o affiancavo ciclisti in gara ma senza iscrizione e numero di pettorale, evitando così ogni controllo. Tutto per vincere un prosciutto. Non solo: durante le indagini è anche emerso un giro di escort: alcuni indagati se le scambiavano favorendo così la prostituzione.

Carlo Gregori

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