Riflettori accesi su Cardiologia lo scandalo va in prima serata
Domenica sera a “Report” andrà in onda il documentario sul caso del Policlinico con materiale inedito L’autore Ranucci: «Non è malasanità e basta, è un sistema. Mi chiedo cosa fa il Ministero della Salute»
Mesi di lavoro per documentare il caso di Cardiologia a Modena tra Policlinico e Tribunale intervistando anche i protagonisti di "Camici sporchi". Il documentario del giornalista Sigfrido Ranucci andrà in onda domenica prossima a “Report” su RaiTre. Tra gli intervistati anche il dottor Massimo Giuseppe Sangiorgi, ritenuto dal pm Marco Niccolini il fulcro dell'associazione a delinquere che ruotava attorno alla Emodinamica da lui diretta. E poi c'è la storia di un tecnico che riprende un'operazione con uno stent non autorizzato, riprese pagate dalla casa produttrice, e l'esclusiva sul volto del “medico d'Egitto”.
Ranucci, come è nata questa inchiesta su Modena?
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«L'idea era di concentrami sul primo caso di presunta corruzione attraverso studi clinici. Non credo che si tratti in realtà di un caso di malasanità. Alla fine mi pare che emerga una storia su come si fa in Italia la ricerca e sul potere dei primari. È un potere diffuso. Non a caso Sangiorgi dirà a un certo punto che il suo caso non è isolato e che tanti altri ospedali hanno onlus simili per la ricerca. A Modena emerge un meccanismo che è diffuso in altri ospedali pubblici ed emergono i rapporti con case farmaceutiche e biomedicali».
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Si può dire che il caso Modena è una parte per il tutto? Che questa gestione occulta sia la prassi in altri ospedali?
«Penso proprio di sì. In questo caso, però, emergono addentellati. Lo stesso Sangiorgi aveva lavorato al San Raffaele, dove però era legittimo fare ricerca in questo modo, ed è coinvolta anche l'università romana di Tor Vergata. L'impressione è che sia così un po' in tutta Italia. Mi domando: cosa fa il Ministero della Salute? Fa monitoraggi su queste onlus private legate a sperimentazioni? Ha una mappa di questi primari che in istituti pubblici fanno sperimentazione per case private? E chi li controlla?»
Che impressione hai tratto dal caso modenese?
«In realtà, penso che potevano fare le stesse cose senza ricorrere a questi metodi. Bisogna considerare che queste vicende sono anche frutto della burocrazia italiana e dei suoi tempi lunghi nell'approvazione di autorizzazioni per l'uso di questi dispositivi che rischiano di entrare in sala operatoria già vecchi».
Nel filmato si vede un giovane in jeans e gilet che sistema dei cavi tra medici sterilizzati. Fa impressione.
«È il tecnico che fa le immagini per la casa biomedicale che ha fornito lo stent non autorizzato a Sangiorgi. È una scena che spiega bene come la sala operatoria oggi sia una zona ambigua in cui si infiltrano interessi privati nella struttura sanitaria pubblica. In questa zona d'ombra il primario ha un ruolo determinante. C'è un episodio. Un giorno Sangiorgi entra in sala operatoria con un nuovo stent non autorizzato e lo mostra in giro. Nessuno lo conosce. Quello stent viene poi impiantato».
Molti ex pazienti oggi hanno paura: dicono di non sapere che apparecchiature e dispositivi hanno addosso.
«Su questo mi dissocio. I dispositivi che hanno impiantato non sono per forza guasti o cattivi. Piuttosto, è un problema psicologico grave».
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