Un antico adagio africano recita: “Ciò che non hai mai visto lo trovi dove non sei mai stato”. Silvano Sighinolfi e Vittorio Setti faticheranno non poco a trovare qualcosa di insolito da vedere d’ora in poi, dato che ieri, a Santa Lucia nei Caraibi, hanno tagliato il traguardo finale del Giro del Mondo in barca a vela, 26.000 miglia di esaltanti avventure. I due noti imprenditori modenesi erano partiti dal porto di La Spezia nell’agosto del 2013, a bordo della loro “Festina Lente” di 16 metri, animati dalla stessa passione per il mare che ha portato Silvano ad intraprendere nel 2007 una traversata atlantica e Vittorio a regatare per anni con il fratello Pieralberto in Italia e nelle acque limitrofe.
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Ma soprattutto la curiosità che ha spinto ogni esploratore ad oltrepassare le colonne d’Ercole per fronteggiare il grande oceano. Due anni intensissimi per i due velisti over 65 durante i quali hanno vissuto mille avventure e affrontato altrettante sfide. La prima: la scelta della barca. Battezzata con il motto dell’imperatore Augusto, la “Festina Lente” (tradotto dal latino sta per “Affrettati con calma”) che hanno attrezzato e personalizzato, ha conquistato subito Silvano, ma non Vittorio che ne ha apprezzato le qualità solo dopo la prima tratta. Un agile 16 metri che ha permesso manovre perfette anche nelle piccole baie e insenature in cui i due “marinai” modenesi hanno fatto scalo. Siete i primi modenesi a compiere un’impresa simile. «Sembra proprio di sì. C'è chi lo sta verificando, ma se ci fosse qualcuno che l'ha fatto ce lo comunichi... non siamo mica gelosi! Sarebbe una bella occasione per raccontarci le esperienze e berci un bicchiere da bravi marinai». Quali sono state le sfide più impegnative? «La prima è stata l'Atlantico: 17 giorni di traversata abbastanza costante e prevedibile, anche se abbiamo fronteggiato grossi temporali e colpi di vento anche a 55 nodi. Il Pacifico è stato il più bello e affascinante con le sue stupende isole atolli, ma forse un po' meno costante e prevedibile. L'Indiano, invece, specie l'ultima parte, dalle Mauritius - Reunion è stato duro e impegnativo, sia per noi che per la barca. Lo sapevamo avendo letto le varie “Bibbie” di noti navigatori che descrivevano all'unanimità questo tratto di oceano come il più infido e il più pericoloso di tutto il giro del mondo. Nell'ultima tratta, a sud del Madagascar verso l'Africa, c'è una confluenza di due correnti forti provenienti da sud che si scontrano dove i fondali passano da duemila/tremila metri a 200 metri, alzando un'onda che va dai 10/12 metri fino a 20. Non abbiamo mai avuto paura di non farcela. In certi momenti “delicati” è certo che devi anche fidarti di te, del tuo socio e della barca. Mai abbiamo avuto timore che uno dei tre non sarebbe stato all'altezza e la reciproca grande amicizia stima e fiducia, sono sempre state ben riposte sia in noi che nella barca». Ora cosa vi attende? «Riportare la barca a casa cioè a La Spezia da dove siamo partiti. Per quanto riguarda il ritorno sarà un po' più lungo e complicato, circa 6000 miglia. I venti che da Gibilterra e dalle Canarie ai Caraibi ci hanno accompagnato spingendoci sempre da poppa, ora saranno contrari. Dovremo pertanto portarci prima a nord verso le Bermuda poi, compiendo una rotta ellittica attraversando ancora una volta l'Atlantico verso le Azzorre per poi ripiegare verso lo stretto di Gibilterra. Spagna, Francia». Cosa vi resterà di questa splendida avventura? «Abbiamo fatto una cosa che alla nostra età possiamo considerare seria e impegnativa. Ma possiamo dirci da soli che siamo stati proprio bravi. Nelle partenze delle varie regate siamo partiti primi assoluti per nove volte su tredici e considerando che la nostra non è una barca performante, ma da crociera e che erano presenti almeno sette/otto barche da corsa e vari catamarani condotte da equipaggi numerosi e di grande esperienza provenienti da molti Paesi del mondo, in questo siamo proprio stati più che all'altezza. Un merito che ci è stato riconosciuto da tutti. E la nostra bandiera italiana, visto che era l'unica del gruppo, se la sono vista sventolare sul naso in quasi tutte le partenze e noi la bandiera italiana a poppa c'è l'abbiamo anche molto grande!».