«Sospettavo di quelle convenzioni»
«Ma non sapevo dei fondi neri né dell’accordo con l’hotel dei Ferrandino che adesso ritengo assolutamente inopportuno»
CONCORDIA. Non avrebbe mai pensato, Mario Guarnieri, che assumendo la presidenza di Cpl si sarebbe trovato ad affrontare uno tsunami di queste dimensioni. Ed invece l’ex vice di Casari ha subito intuito che il nuovo incarico gli avrebbe riservato problemi. Prima l’inchiesta dell’Antimafia di Napoli per le rivelazioni del boss Iovine e ora le indagini sul sistema criminale contestato ad altri dirigenti.
Guarnieri ha già incontrato gli investigatori in quattro occasioni, ma l’ultimo confronto è sensibilmente diverso da quelli del 14,15 e 27 gennaio. Se nei primi tre, parlando di Ischia e della convenzione con l’hotel della famiglia Ferrandino, era stato piuttosto cauto, dicendo di non avere elementi per valutare l’opportunità dell’accordo, stavolta prende le distanze.
«Alla luce degli ultimi avvenimenti - spiega il 2 aprile di fronte al pm Henry John Woodcock - a alla complessità dell’attività investigativa, sebbene la volta scorsa risposi di non avere elementi per poter valutare l’opportunità, oggi ritengo che la convenzione sia assolutamente inopportuna; tengo a precisare tuttavia che io di tale convenzione non ne seppi nulla se non quando Casari la stipulò e quindi a cose fatte. Oggi, ovviamente, avrei osteggiato fortemente quella convenzione, ma allora non essendo sempre sul territorio - Guarnieri spiega che in veste di vice-presidente era spesso operativo negli uffici di Concordia - non avevo gli elementi per poter valutare».
Woodkock va poi diretto alla figura di Simone e alla creazione dei fondi neri attraverso le fatturazioni in Tunisia, ma anche in questo caso Guarnieri prende le distanze: «Nulla sapevo in ordine a tale approvigionamento di denaro “in nero” né attraverso il sistema tunisino né attraverso altri sistemi».
Le spiegazioni del presidente sono invece più funzionali all’inchiesta quando evidenzia dubbi su alcuni contratti sospetti del passato. E guarda caso ce ne sono un paio che ricorrono con puntualità nell’ordinanza di arresto e negli accertamenti successivi. «Non posso nascondere - verbalizza, parlando di fondi neri o altri sistemi - che il sospetto l’ho nutrito in particolare di fronte all’importo, così rilevante, di alcuni contratti di consulenza come quello di Tunita (società di Francesco Simone, ndr) e quello della società riconducibile all’onorevole Vessa (incarico da 1,3 milioni per lo sviluppo di due campi di fotovoltaico mai realizzati, ndr). Un altro contratto che mi ha destato qualche sospetto è il contratto di consulenza con la Biciemme di Giorgio Montali».
La conversazione si conclude con un’analisi sui vini acquistati da Cpl, oltre a quelli ormai noti della famiglia D’Alema. «Cpl - aggiunge il presidente - ha acquistato anche dal noto cantautore Albano, da una cantina della zona di Franciacorta, dall’Amo e cantine sociali di cooperative. Chi decide i fornitori? La decisione di acquistare vino dall’Amo l’ho presa io in quanto mi occupo dell’elargizione di fondi in beneficienza; da Albano me ne ha parlato Tondelli (direttore generale operativo affari esteri); Franciacorta Rinaldi e Capelli; per la cantina vinicola riconducibile alla famiglia D’Alema l’ha deciso sicuramente Casari».
Francesco Dondi
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