Gazzetta di Modena

Modena

Fotografa modenese a Erevan

di Michele Fuoco
Fotografa modenese a Erevan

Antonella Monzoni, un reportage sulla tragedia che colpì un intero popolo

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Del genocidio degli armeni per mano dell'Impero Ottomano e degli ultranazionalisti Giovani Turchi nel 1915, la fotografa modenese Antonella Monzoni si è occupata sette anni fa. Un viaggio nel Caucaso che l'ha portata inevitabilmente in Armenia, di cui già conosceva l'inaudita violenza compiuta dai turchi un secolo fa. Un massacro che molti ignoravano, fin quando domenica scorsa ne ha parlato il Papa, con prevedibile e assurda indignazione del governo turco per il quale nulla è accaduto. Un fatto che non si può dimenticare perché “Senza memoria la ferita resta aperta”, come ha titolato l'Osservatore Romano.

Una ferita che la Monzoni ha documentato con la macchina fotografica, recandosi per ben tre volte in Armenia, dal 2008 al 2010; in aprile è stata presente il 24 al Giorno della Memoria sulla Collina delle Rondini, nella periferia della capitale Erevan, dove nel 1967 è stato costruito, come memoriale, una guglia di 40 metri, con accanto una fiamma eterna, protetta da 12 lastre di basalto che rappresentano le province di cui i turchi si sono impossessati, come del resto hanno fatto del Monte Ararat che gli armeni considerano simbolo della loro bandiera e casa spirituale. «In quel giorno - dice la Monzoni - ogni armeno, compresi quelli che vivono in altri paesi, porta un fiore al fuoco che ricorda una tragedia che pare dimenticata dal mondo. Il “grande male”, è il nome armeno dello sterminio di un milione e mezzo di persone. È un lungo pellegrinaggio in silenzio fino a notte fonda quando i fiori non fanno più vedere il fuoco eterno». Le foto in bianco e nero, dello straordinario reportage, raccolte nel volume “Ferita Armena”, raccontano gesti semplici, ragazze con gli occhi tristi che indossano fasce con frasi determinate a ricordare. C'è pure indignazione col pugno chiuso, ma le immagini diventano tragica materia documentaria nella statua di una madre con bimbo, per ricordare le donne e bambini, vittime della deportazione; nello strazio dei corpi, ridotti quasi a scheletri, che un ufficiale tedesco aveva fotografato, al tempo dello sterminio, e che sono state stampate in grande formato ed esposte nel Museo del Genocidio che occupa la parte sotterranea del Memoriale di Erevan.

La Monzoni affida al suo reportage altre pagine tragiche della storia dell'Armenia, come la guerra fraticida con l'Azerbaigian, durata quattro anni (1989-1993), causando più di 30 mila morti; i disastri del terribile terremoto del 1988 e anche quell'atmosfera “soviet” che si respira ancora nei monumenti, fabbriche fatiscenti, scuole e istituzioni, perché l'Armenia per 70 anni, fino al 1991, è stata una repubbblica federata dell'Unione Sovietica. Uno sguardo a 360 gradi quello della fotografa che ha indagato, camminando lungo le strade e i cimiteri, su vari aspetti della loro cultura: dal monumento dedicato all'alfabeto armeno, considerato “divino e elargito da Dio” (il suo inventore, il monaco Mesrop, è stato riconosciuto santo), alle chiese medievali e monasteri antichi (patrimonio dell'Unesco), quasi a testimoniare come l'Armenia sia stato il primo paese al mondo a convertirsi al Cristianesimo nel 301 d.C.; dalla modernizzazione, con nuove architetture e musei, di alcuni quartieri a Erevan, all'amore per gli scacchi, ai quale è dedicata un'apposita casa.

Con emozione la Monzoni parla dell'Armenia di cui ha sentito il tormento e il fascino. «I suoi territori si presentano aspri, ostinati, rocciosi, “un regno di pietre urlanti”, come lo definì il poeta Osip Mandel'stam». Molto scrupoloso il lavoro dall'artista. Ecco perché tante richieste di mostre. Si sono già prenotate Mantova che accoglierà le foto della modenese, dal 16 al 31 maggio, nel Palazzo Plenipotenziario, e Garda (Verona), dal 6 al 28 giugno, nel Palazzo Pincini-Carlotti. Naturalmente, a Modena tutto tace.

Un'altra occasione perduta.

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