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Massimo Nalbandian musicista armeno adottato da Modena

Massimo Nalbandian musicista armeno adottato da Modena

È il nipote di uno dei pochi che riuscirono a salvarsi nel 1915 dalla Marcia della Morte che uccise un milione di persone

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C’è un filo lungo un secolo che parte dalla “Marcia della Morte” nella Turchia del 1915 che portò allo sterminio di oltre un milione di armeni e la vita di Massimo Nalbandian, musicista di fama internazionale e residente a Modena da oltre quarant’anni.

Anche lui è di origini armene e a ogni generazione la sua famiglia ha cambiato continente per evitare guerre e persecuzioni. Nella quiete della sua casa-studio da dove s’intravede la Ghirlandina, parla delle vicende di una nazione che nonostante la diaspora continua a vivere nel mondo con tre milioni di persone. E altrettante vivono in Armenia.

La vicenda famigliare dei Nalbandian è un’epopea che comincia all’epoca dei massacri compiuti dagli ufficiali turchi contro gli armeni cristiani che vivevano in pace da secoli nell’Impero Ottomano. Quando Nalbandian ha sentito il Papa parlare di quelle stragi come di un genocidio si è commosso. «Finalmente una grande autorità spirituale in Occidente ha riconosciuto quello che accadde un secolo fa - dice - Il giorno dell’abbraccio con i vescovi armeni in S.Pietro, aveva suonato per lui Aram Ipekdjian, con cui facciamo concerti in tutti il mondo e mio amico carissimo. Sempre con Aram terremo un grande concerto in Duomo il 14 ottobre prossimo, per ricordare i cent’anni del genocidio; ci sarà anche una cantante di fama internazionale come Ruzan Mantashiam che ha studiato a Modena con Mirella Freni».

«Mio nonno - racconta Nalbandian - iniziò la fuga quando iniziarono le persecuzioni. Era musicista e cercava rifugio presso alcuni conoscenti a Gerusalemme dove c’era già una comunità armena. Attraversò la Siria e lì si fermò giusto il tempo per far riposare mia nonna che aveva appena messo al mondo un figlio, mio padre Jrair. Nei primi anni ’20 è a Gerusalemme. Per racimolare qualche soldo e organizzò, con i 40 bambini orfani del suo coro scampati alla Marcia della Morte, il canto di benvenuto per il futuro Hailè Selassiè; fecero un’ottima impressione al sovrano che li chiamò tutti ad Addis Abeba, nominò nonno Kevork direttore dell’orchestra di corte e capitano. Si mise al lavoro e compose le marce per l’esercito, l’inno reale e molte altre.

Dall’Etiopia mio padre venne in Italia, a Venezia, nel Collegio Armeno dell’isola di S.Lazzaro; era un obbligo secolare per gli armeni della diaspora visto che quella era la scuola migliore del mondo. Dieci ore di studio al giorno per otto anni. Quando ne uscì, con sei lingue parlate alla perfezione, si ritrovò a Napoli e lì conobbe Giorgio Napolitano e l’ambiente dei fuoriusciti che dopo l’armistizio iniziavano la ricostruzione. Viveva di traduzioni, si spostò a Roma dove lavorò per la Tass e conobbe mia madre che scriveva per Unità e Rinascita. Nel 1950 tornò in Etiopia, e lì naqui io nel ’55 e i miei fratelli. Grazie alla conoscenza delle lingue fu assunto alla Banca d’Etiopia e in breve arrivò alla direzione generale.

Quando iniziarono le manovre che dal ’68 in poi portarono al colpo di stato, tutta la famiglia si trasferì in Italia. Nuova vita: i miei due fratelli più grandi fecero pure loro il Collegio Armeno, io riuscii a studiare a Roma, dove vivevamo. Venni a Modena per studiare Medicina e scoprii una città dolce e compatta. Nonostante tutti i cambiamenti continua ad affascinarmi ogni giorno.

Qui ho conosciuto mia moglie Daniela, qui crescono e studiano i miei figli Andres e Thomas».

E l’Armenia?

«È una presenza struggente e vitale - dice - Non capisco le ragioni degli attacchi di Erdogan al Papa; anche in Turchia molte voci si sono levate per riconoscere quelle stragi, il genocidio pianificato della minoranza armena. Cent’anni dopo cosa potremmo chiedere se non un riconoscimento di principio? I morti non torneranno in vita. E le colpe dei padri e dei nonni non ricadono sui figli».

Saverio Cioce

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