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MODENA IN... VALIGIA

Annetta va a Parigi

di Francesca Bussi
Annetta va a Parigi

Una delle cose (la cosa?) che noi modenesi sappiamo fare meglio è sicuramente mangiare. Bene, molto bene, per di più. Sfido chiunque a trovare un'altra città dove il cibo sia...

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Una delle cose (la cosa?) che noi modenesi sappiamo fare meglio è sicuramente mangiare. Bene, molto bene, per di più. Sfido chiunque a trovare un'altra città dove il cibo sia altrettanto apprezzato, venerato, osannato. Lo sappiamo, eccome, non abbiamo certo bisogno di ripetercelo. Anzi, quando qualcuno ce lo ricorda, con espressione trasognata e salivazione aumentata al ricordo di pranzi e cene sotto la Ghirlandina, di solito ringraziamo e sorridiamo gentili, ma quasi accondiscendenti, un po' come farebbe lo scopritore dell'acqua calda di fronte a tutti quelli che, nelle migliaia di anni a seguire, si sono scottati le mani.

Con il cibo, dicevamo, abbiamo un rapporto quasi ultraterreno. È nel nostro Dna. E, proprio in virtù di questo, un'altra delle cose che noi modenesi sappiamo fare bene è destreggiarci con i piatti stranieri. I menù, fuori dalla nostra città e più in generale dall'Italia, possono essere traditori. Non per il modenese all'estero: di solito ha una sicumera che lo rende quasi invincibile. Primo, perché è in grado di fare lo slalom tra le pietanze, scegliendo le più appetitose ed evitando pericoli certi (potremmo mai mangiare un piatto che, dagli Usa all'Inghilterra, si ostinano a chiamare "spaghetti bolognese" anche quando di emiliano hanno ben poco? Nemmeno per scherzo, il nostro sistema immunitario si ribellerebbe). Secondo, perché, anche quando sperimenta, lo fa con successo. E, se proprio si trova in situazioni di emergenza, riesce quantomeno a fare buon viso a cattivo gioco.

Nella mia famiglia, si tramanda il racconto di una sorella del mio bisnonno, Annetta, che una volta decise di andare a Parigi da sola, a trovare un altro fratello là emigrato. Non era sposata (oggi la chiameremmo "single"), e il suo era, per la fine degli anni Quaranta, un grande viaggio. Era la prima metropoli che avesse mai visto, e che cosa ha fatto, appena arrivata? Ha preparato il ragù. Un modenese non può stare con la dispensa, né tantomeno la pancia, vuota. La leggenda racconta che sia andata dal macellaio, lei che parlava solo in dialetto, per chiedergli l'indispensabile taglio di carne. "A' vòi d'al tracùl", gli avrebbe chiesto, e il francese, ovviamente, non sapeva che cosa risponderle. Ma non si è persa d'animo: si è girata di tre quarti, a battersi ripetutamente sulla natica formosa, per fargli capire quale parte dell'animale, esattamente, esigeva di comprare.

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