«Gli spari, gli ultimi colpi della guerra che finiva»
Gherardini: «Alla Crocetta i tedeschi fuggivano. Uno sparò con un panzerfaust e centrò un carrarmato Usa». Quattrocchi: «Lenzuoli sui tetti per gli aerei alleati»
«Ero solo una bambina ma ricordo molto bene le urla dei torturati nella caserma di S.Chiara. Mia madre correva in camera alla sera quando i fascisti li massacravano e ci tappava le orecchie, ci abbracciava dicendo che erano le grida dei malati che facevano fatica a respirare».
Per Luana Quattrocchi, storica figura di militante socialista modenese dal dopoguerra agli anni ’80, gli ultimi giorni di guerra e quelli della liberazione di Modena coincidono, tra orrore, terrore e l’esplosione di gioia la sera del 22 aprile 1945.
«Quando cominciarono i bombardamenti su Modena - racconta - mia nonna con le figlie e i nipoti piccoli scelse di portare tutti in Appennino per evitare di finire sotto le macerie. Nessuno sapeva dove avrebbero colpito e scelsero la montagna perché li non c’erano obbiettivi militari. Invece pochi mesi dopo passarono i tedeschi e i repubblichini per un rastrellamento durissimo, con mitra e lanciafiamme. Uccisero la gente davanti ai nostri occhi, noi riuscimmo a nasconderci in un angolo della stalla. E quando stavano arrivando a dar fuoco a tutto passò prima dei soldati un ufficiale che ci vide, solo donne e bambine terrorizzate; li fece andar via e per questo ci siamo salvate. “In città rischiamo le bombe, qui la morte è sicura” disse mia nonna, e quindi andammo ad abitare in piazza S. Francesco. La mattina del 22 sentivamo sparare da tutte le parti. Poi cominciarono ad arrivare dalla via Giardini uomini in bicicletta che gridavano di mettere lenzuoli bianchi sui tetti per far capire che era stata liberata dai tedeschi, che non c’erano pericoli per le truppe alleate, altrimenti Modena sarebbe stata bombardata. Immediatamente tutti corsero a mettere le lenzuola e chi non le aveva corse a procurarsi della calce per verniciare di bianco con delle croci i tetti. Su tutta la città scese un silenzio di tomba, quasi si toccava. All’improvviso il rombo degli aerei, che si avvicinavano. Contavamo i secondi, i minuti, temendo il peggio. E quando capimmo che se ne stavano andando senza bombardarci esplose la gioia, selvaggia. Tutti fuori a gridare, ad abbracciarsi, la guerra era veramente finita. Vicino a noi la figlia del generale Leonardi, che era stato deportato in Germania e di cui non si sapeva nulla. Bene, si mise al pianoforte e suonò Fratelli d’Italia sino a notte».
Renato Gherardini ha 85 anni compiuti da due settimane. È in pensione ma è più che presente nella vita dell’Anpi (Associazione nazionale Partigiani d’Italia) per cui si presta volentieri a fare da memoria vivente degli anni della guerra, andando a parlare con le scolaresche nelle scuole ogni volta che lo chiamano. Lucidissimo, parlantina sciolta e dialetto che spunta in ogni occasione, ha il modo di fare del nonno che racconta le favole e a scuola ha sempre molto successo. Ecco come ricorda il suo 22 aprile.
«Avevo appena compiuto 15 anni - ricorda - e la notte prima avevo dormito poco. Non eravano certi che sarebbero arrivati gli americani e io alla Crocetta ero già in contatto da un paio d’anni con il Gap 1, una struttura partigiana. Facevo da staffetta, portavo biglietti dove mi dicevano, e non chiedevo mai nulla. All’alba sentimmo sparare e, anche se mia madre mi sgridava, io guardavo dalla finestra dei soldati tedeschi che scappavano armati lungo i binari della ferrovia. Poco prima delle 8 un tedesco, che presidiava l’incricio tra via Nonantolana e quella per Albareto, centrò un carro armato americano con dentro tre persone. I partigiani subito lo sistemarono e le colonne di alleati e partigiani cominciarono ad affluire in città, con tutti i mezzi. Io, che non avevo mai sparato un colpo, fui incaricato di svuotare un piccolo deposito di munizioni portando i proiettili con un carretto in centro agli altri partigiani che stavano pattugliando la città. I nostri combattenti che arrivavano da Nonantola erano guidati da Marcello Sighinolfi: avevano dei prigionieri che consegnarono subito agli americani per andare in Accademia e ripulirla dagli ultimi fascisti e tedeschi, che si arresero solo ai soldati. Fu il generale Guidelli che intimò la resa e fummo tutti felici quando capimmo che di camicie nere e brune non ce n’erano più ».
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