Gazzetta di Modena

Modena

I giovani e la Liberazione: «Quei valori sono spariti»

di Andrea De Carlo

Un viaggio tra i minorenni per capire cosa sanno di questa data così importante Emerge rassegnazione: «La politica usa questi ricordi ma non trasmette nulla»

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«Arrendersi o perire!» , questa la frase pronunciata un'innumerevole quantità di volte da tutti i partigiani che riecheggiò dalle 8 del mattino il 25 aprile 1945 in ogni angolo della penisola italiana. A distanza di settant'anni da quel periodo, da quel giorno tanto caotico quanto commovente, cosa resta alle nuove generazioni? Come è vista la data del 25 aprile dai giovani di oggi? Lo abbiamo chiesto a dieci ragazzi modenesi: Lorenzo C. (16 anni), Sara A. (17), Andrea B. (17), Alice B. (16), Michael F. (17), Maria Vittoria G. (16), Nicolò B. (16), Davide C. (17), Grigorij Filippo C. (18) e Silvia P. (17). Alla prima domanda riguardo cosa si ricordi in questa data, la totalità degli intervistati si dimostra preparata; affermano infatti tutti, con piccole sfumature di differenza, che «il 25 aprile si festeggia la liberazione dell'Italia dalla dittatura nazifascista». La seconda domanda risulta più soggettiva, ovvero se questo avvenimento riguardi ancora i giovani o venga visto da questi ultimi come superato, privo di collegamenti col presente.

«Ritengo fondamentale questa commemorazione per non dimenticare, soprattutto vedendo che molte cose non sono state metabolizzate da tutti e c'è sempre il rischio dello scoppio di una nuova guerra», così Maria Vittoria Guidetti. Sulla stessa lunghezza d'onda anche Nicolò, Filippo e Andrea, i quali aggiungono: «Ci sono ancora tante testimonianze di quella guerra e quel regime, non si deve assolutamente seppellire tutta questa brutta pagina di storia. Tutti i diritti di cui oggi godiamo derivano unicamente dalla lotta valorosa di chi ha combattuto, non solo militarmente, una feroce dittatura, credendo in valori forti, universali e democratici».

Decisamente più critico il tono di Michael e Lorenzo: «Ogni giorno dovrebbe essere il 25 aprile, perché quotidianamente gli uomini dovrebbero lottare per la propria libertà, contro la classe dirigente che spesso esercita oppressione. Adesso i partiti festeggiano questa data rendendola l'emblema della democrazia italiana, ma in realtà tutto ciò è falso, perché i valori che c'erano un tempo, ora non ci sono più, sono praticamente inesistenti. Da un punto di vista istituzionale ha perso totalmente il suo vero significato».

L'ultima domanda della nostra intervista ai ragazzi è incentrata sulle fonti dei loro saperi relativi alla Resistenza. «Mio nonno era sull'Appennino e, nonostante fosse solo un ragazzino, era incaricato di raccogliere munizioni e armi nemiche per poterle dare ai partigiani in modo da combattere i tedeschi», afferma Sara. Alice invece ci racconta due esperienze relative al suo bisnonno e alla mamma di sua nonna: «Il mio bisnonno era un partigiano, venne catturato e portato nel campo di concentramento di Birkenau come prigioniero politico. Ha cercato di fuggire due volte. Il primo tentativo fallì poiché lo presero i cani, mentre nella seconda occasione riuscì ad evadere e tornare a distanza di oltre un mese dalla fuga. Un altro episodio che mi hanno raccontato riguarda la mamma di mia nonna. Lei era incaricata di portare le armi ai combattenti. Un giorno mentre aveva in braccio una bambina l'hanno fermata i tedeschi per sapere cosa contenesse la gerla che teneva in spalla. La bambina scoppiò a piangere, perciò i nazisti, infastiditi dai capricci della piccola lasciarono andare sia lei che la mamma di mia nonna. Se non ci fosse stato questo episodio sarebbe sicuramente morta».

Silvia, invece, ci racconta: «Mio nonno, che all'epoca aveva dieci anni, una notte era a letto a dormire e ad un certo punto si è visto piombare in casa due uomini. Era terrorizzato poiché temeva fossero nazisti, in realtà si trattava di due partigiani che suo nonno aveva ospitato in casa. Da quel momento mio nonno imparò a conoscere il mondo della Resistenza, non poteva dire a nessuno che la sua famiglia ospitava dei partigiani». L'ultimo ragazzo a raccontarci l'esperienza è Davide, che ci tiene a precisare una rivelazione di suo nonno: «Lui era partigiano e mi ha colpito il fatto che nonostante fosse parte integrante della lotta antifascista, ha sempre detto che non bisogna santificare il movimento partigiano, perché, ad esempio, nelle nostre zone saccheggiavano spesso le fattorie e le case di campagna, oltre al fatto che senza gli alleati con ogni probabilità non sarebbero riusciti a liberare l'Italia».

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