Modena, m’innamori E nella magia di Delfini la via Emilia è un fiume
I suoi personaggi sono ovunque e solo qui non ho nostalgia della montagna: come certe notti, in piazzetta S. Giacomo...
Chiedetemi come mi sono innamorato di Modena e dovrete ascoltare un piccolo discorso. I luoghi comuni del “cittadino d'adozione” sono insopportabili. Espressioni come “Questa città è la mia seconda casa” o “Qui c'è il pubblico più caldo” mi sono sempre sembrate sospette. No: il mio amore ci ha messo del tempo a maturare, e ha pure avuto bisogno di un ruffiano, un nobilissimo modenese Doc: più amore vero di così…
Sono nato in una città, Avezzano, talmente ben contornata di cime appenniniche da sembrare il buco di un'enorme ciambella. La mia infanzia di abruzzese montanaro è stata segnata da uno skyline preciso e struggente, fatto di boschi di faggi e conifere diradanti verso cime scabre di roccia calcarea, grigia di giorno, azzurrina al tramonto e lattiginosa sotto la luce lunare. Sono cresciuto nella più rigida ortodossia campanilistica, rifiutando anche solo l'idea della pianura: ricordo, nei primi anni di tournée teatrali, miriadi di risvegli tristi, orfani dell'adorato orizzonte roccioso, e la certezza che avrei ripreso a stare bene solo tornando nella mia patria centro-sudista.
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Non c'entrava molto il resto, il cibo, il carattere delle persone, la differenza climatica, questa perenne nostalgia di casa era figlia di un violento imprinting estetico, e non credevo sarebbe passata mai. Poi, dieci anni fa, è arrivata Modena.
Ci capitai d'inverno, per uno spettacolo allo Storchi. Teatro grande, pensai, importante, pieno… Bella, la città, e il bianco della neve le dona pure, pensai, ottimo il cibo, impressionanti Piazza Grande e il Duomo, ma tanto non ci sono le montagne, quindi… rien à faire! Credevo… ma nel 2009 giunse l'occasione galeotta.
Mettemmo in scena con Claudio Longhi un testo di Roberto Barbolini, Io parlo ai perduti, su Antonio Delfini, ovvero il nobilissimo ruffiano di cui sopra. Dovendolo interpretare, studiai quante più cose potevo che lo riguardassero… e quello che si compì fu un vero transfert, che ancora oggi il cor non m'abbandona.
Ricordo in particolare l'effetto che mi fece leggere Il 10 giugno 1918, in cui viene descritta una corsa dello scrittore bambino attraverso le vie della città: lampi di risate, calore, imbarazzo davanti all'antico bordello, frenetiche battaglie di ragazzini attorno al mercato Albinelli e poi su a perdifiato lungo via San Carlo, tutto uno sgomitare tra la folla della via Emilia - quella che sembra un fiume, dice Antonio Delfini, attorno alle cui rive la città si siede -, e su ancora verso la Pomposa e da lì in via Taglio, sgambettando furiosamente verso Palazzo Ducale per abbracciare il nonno, infine, sotto la statua del grande Ciro Menotti.
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Ricordo la forza con cui tanta grazia fanciullesca sconvolse immagini che conoscevo già, ma solo distrattamente… Ogni dettaglio d'un tratto mi appariva lucente, ammiccante: non riuscivo a togliermi gli occhi di Delfini dai miei propri occhi, e non ci sono riuscito più da allora. Se guardo lo Storchi da Largo Garibaldi mi vedo passare davanti La sorella ballerina, se entro in un bar mi pare sempre di poter incontrare Il contrabbandiere e quando, infine, aspetto un treno alla stazione, mi volto sulla banchina per vedere se c'è lì la Basca a sussurrarmi “Entonces”…
Sono perseguitato dai suoi personaggi, o meglio sono io a perseguitare loro, cercandoli in ogni angolo della città.
Che strana fantasmagoria, l'amore. Un diabolico genius loci mi ha iniettato, come un siero magico, la passione per la sua città, e nello stesso tempo ha aperto la mente del ragazzo che ero, insegnandomi che quello che conta non è la fisicità del luogo, ma la memoria che esso è in grado di generare, il gioco di rimandi e fantasie che può legarsi ai muri, ai tetti, alle strade e alle persone - soprattutto se sanno ridere, di tutto e di se stesse… una qualità umana tanto naturale per i modenesi quanto poco sviluppata dalle mie parti.
Negli ultimi sei anni sono tantissimi i ricordi personali integratisi a quelli letti e sognati: l’esaurito al Teatro Storchi per le repliche di La resistibile ascesa di Arturo Ui, le riprese di Che Dio ci aiuti con tanti spettatori estemporanei intorno, l'enorme quantità di uomini e donne conosciute attraverso quell'incredibile gioco cittadino che fu Il ratto d'Europa, le tante scuole visitate dai nostri laboratori, gli spettacoli al Collegio San Carlo, tutto il lavoro messo in piedi, oggi, per il progetto in corso, Carissimi Padri… E in mezzo le migliaia di passeggiate, soprattutto notturne, sulle orme del mio mentore poeta, osservando la mia Modena addormentata sovrapponendola alla sua.
Ogni peregrinazione si conclude nel posto preferito, perché un posto preferito deve pur sempre esserci: piazzetta S. Giacomo. Seduto a terra, accanto alla fontana, aspetto che si accomodi accanto a me lo spiritello di Delfini, per ascoltare insieme qualche minuto del silenzio perfetto che si specchia lì nella notte alta.
La nostalgia delle montagne ce l'ho ancora, cari miei. Ce l'ho dovunque. Dovunque, ma non a Modena.
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