Un 1 Maggio tra musica e rivendicazioni
Prima due targhe commemorative, poi il concerto degli studenti del Sigonio ed infine i comizi dei sindacati
Un Primo Maggio che parte un po’ in sordina. Alle 9:45, in piazzale Boschetti, ci sono tante bandiere ma poche persone. Davanti alla nuova targa, posta a ricordo della Camera del Lavoro unitaria bruciata nel 1922 dai fascisti, si radunano in “appena” un centinaio. In gran parte sindacalisti e iscritti di Cgil, Cisl e Uil – le tre sigle organizzatrici della manifestazione – più qualche vecchia gloria.
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Mezzora più tardi il corteo arriva in via San Vincenzo, dove si ferma per una nuova tappa. Un altro appuntamento storico, perché è proprio lì che nel gennaio del 1946 veniva riaperta, dopo vent’anni di clandestinità, la Camera confederale del lavoro. Si prosegue ancora, in ordine sparso, alla volta di piazza Grande. Ed è qui che si è radunato il grosso della manifestazione.
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Decine e decine di persone aspettano l’inizio del concerto degli studenti del Sigonio. Una presenza fortemente voluta dalle sigle sindacali, contente di avere in piazza anche le nuove generazioni. E, d’altra parte, anche «un’occasione per ragazzi e insegnanti di presentarsi alla città, far conoscere il loro lavoro e li livello della preparazione», commenta il professor Lorenzo Lucerni. «Abbiamo accolto l’invito perché vogliamo dare il nostro contributo alla festa del lavoro. È anche un modo per lanciare un augurio ai nostri studenti». Sul palco si avvicendano, tra strumentisti e coristi, tutti e quattro le classi del Sigonio - in tutto 95 ragazzi. Suonano l’Inno dei Lavoratori – quanto mai a tema - ma anche la “Danza tedesca” di Mozart e Vivaldi.«Abbiamo scelto i brani di maggiore impatto dal repertorio che stiamo portando avanti quest’anno».
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Tra la prima e la seconda parte del concerto c’è poi spazio per il comizio dei rappresentanti sindacali. Le politiche del Governo Renzi finiscono più volte nel mirino: dall’inefficienza dimostrata nel semestre europeo alla già contestata riforma della scuola. Passando, manco a dirlo, per il Jobs Act.
«Siamo di fronte ad un arretramento dei diritti dei lavoratori inutil e dannoso» commenta in merito il segretario della Cgil modenese, Tania Scacchetti. «Come dimostrano i dati usciti ieri – il riferimento è ai numeri forniti dall’Istat giovedì – la riforma non sta producendo gli effetti dichiarati».
E di «politica estremamente sbagliata» parla anche Luigi Tollari, segretario della Uil di Modena e Reggio Emilia, che allarga il campo anche ad una «necessaria riforma del fisco e soprattutto delle pensioni, dal momento che la stessa Consulta ha definito l’illegittimità della riforma Fornero».
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Meno rigida la posizione della Cisl, che sul Jobs Act ha tenuto una linea in parte diversa rispetto agli altri due sindacati. E che non vuol sentir parlare di sconfitta. «Abbiamo contribuito ad alcune modifiche determinanti», spiega il segretario generale William Ballotta. «Ma è vero che le norme, da sole, non bastano a creare lavoro. Quella contro la disoccupazione è una battaglia che si vince solo con un accordo tra le parti sociali. E accompagnando alla riforme anche una coerente politica industriale e una giusta dose di investimenti».
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