La contadina 3.0 Gioia è vedere tornare le rondini
Il destino e la scelta di una vita tra i campi “Fatica sì, ma quando rinasce una gemma...”
Elegante, vigorosa, agguerrita. La custode della terra, la sua terra, quella Modena patria di produzioni d’eccellenza come il Parmigiano Reggiano, le pere e dove il maiale rappresenta un vero e proprio culto. Una contadina sui generis. Capace di svestirsi del suo “visone” e aiutare una scrofa a partorire, se c'è bisogno. Una donna, energica, capace di alzare la voce quando i diritti vengono calpestati, ma anche di soffermarsi ad attendere l'alba, ad aspettare il ritorno delle rondini sotto il portico di casa. Lei ama definirsi una contadina, ma nel guardare gli occhi e le movenze di questa donna l’immaginario a cui siamo abituati pensando una donna tra i campi svanisce e si fa largo la femminilità e il dolce romanticismo dei fiori che le fanno visita in primavera, la carezza dei suoi animali, l'altra sua grande passione. È Eugenia Bergamaschi, presidente provinciale di Confagricoltura Modena, ma prima di tutto imprenditrice agricola. E prima ancora una donna che lavora e ama quella natura che le restituisce tutta la bellezza che lei stessa si attende dal primo attimo in cui mette piede in un campo o in un allevamento.
Il nonno era un agricoltore. Dopo di lui il papà. Oggi lei. È solo un'eredità?
«No. Per cominciare io credo profondamente ai segni del destino. Mio nonno, uno dei pionieri in provincia di Modena nell’allevamento di suini, si chiamava Elio Bergamaschi. Io Eugenia. Abbiamo le stesse iniziali. Io credo che di tutti i nipoti fossi predestinata io a proseguire la sua attività».
È un lavoro faticoso.
«Molto faticoso. Ma un lavoro che amo molto. Questo è stato il primo insegnamento, di mio nonno prima e mio padre dopo. Bisogna scegliere di fare il lavoro che si ama. E non tutti hanno questa opportunità. Io sono una donna molto fortunata. Perché ho potuto scegliere di fare il lavoro che desideravo fin da bambina, osservando la mia famiglia. Guardavo mio padre lavorare e ne ero innamorata. Ho realizzato un sogno. Non credo che avrei potuto fare altro. Fare l'imprenditore agricolo significa alzarsi presto la mattina. Significa disperarsi quando piove o nevica, o quando fa troppo caldo. È faticoso e anche poco femminile. Ma io sono felice. Perché posso lavorare a contatto con la natura e non in un ufficio o chiusa in una capannone. Non potrei mai farlo. E questo significa anche avere la fortuna di potersi soffermare ad osservare la rinascita delle piante dopo il sonno del lungo inverno. Godere della bellezza dei primi soli, della rinascita delle gemme sulle piante, dei primi fiori nei prati. È l'aspetto bucolico, tutti dicono, di questo lavoro. Io dico che è l'aspetto romantico. È un lavoro operoso, scandito dalle ore di luce, che lo rende frenetico, ma chiusa in un ufficio non potrei mai accorgermi di come cambiano i colori della natura nel passaggio da una stagione all'altra. Con un qualsiasi altro lavoro non avrei mai potuto emozionarmi così intensamente per un tramonto o un’alba. Poi ci sono delle cose, dettagli a volte, che nessuno conosce. Ad esempio in questo periodo sono particolarmente felice, perché sono tornate le rondini nei nidi che ho sotto il portico di casa. Io mi sento male fisicamente se non le vedo tornare. Il loro ritorno è per me un segno benaugurante, per la mia vita e per il mio lavoro».
Cosa significa essere un agricoltore?
«Significa assaporare il passato, le tradizioni, godere dei segni propiziatori, ma anche saper innovare. Io sono una contadina, ma 3.0. È così che mi piace definirmi, una contadina moderna».
Come si concilia con la femminilità?
«Questo è stato sempre un problema per me. Si è convinti, in particolare il genere maschile, che lavorare a contatto con i suini, come ho fatto io per tanti anni, significhi doversi trascurare come persona. Vedere una donna che veste con cura e al tempo stesso fa l'agricoltore a molti risulta un abbinamento stonato. Per me è sempre stato difficile far capire che, invece, i due aspetti sono slegati. Io amo curare il mio aspetto, anche avere una vita mondana, vestire alla moda e non per questo sento di essere un'imprenditrice che non ha successo. Ho sempre soprasseduto rispetto a questi concetti che io definisco “vecchi” e ho saputo dimostrare il contrario. Sono sempre passata come leggenda, ad esempio, per questa mia pratica di passare in allevamento la domenica sera, magari dopo un pranzo o un aperitivo. Capitava che mi presentassi in visone, ma se mi accorgevo che c'erano dei problemi, in un secondo toglievo il cappotto e aiutavo le scrofe a partorire».
Il principale insegnamento della campagna?
«Non sprecare il cibo, mai, perché è frutto del nostro lavoro. Frutta e verdura, sicuramente, costerebbero meno a comprarle, ma ho la sensazione che i “miei” frutti siano più buoni».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google

