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La casa? E’ un’arte “Scrigno dell’anima dove creo bellezza”

di Alessandra P. De Luca
La casa? E’ un’arte “Scrigno dell’anima dove creo bellezza”

Ilario Tamassia: la vocazione è nata all’ora del thé E gli specchi rotti dal terremoto ora sono sculture

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Ilario Tamassia sorride e accoglie chi entra nel suo mondo a braccia aperte. Gli brillano gli occhi anche quando non parla d'arte. È difficile poter contenere in un solo sguardo quell'esplosione di specchi, lampadari, mobili e oggetti d'arte che nel corso degli anni hanno costruito il marchio Artistic Tamassia. Non c'è bisogno di presentazioni: designer, arredatore e collezionista di fama internazionale, Ilario Tamassia si racconta.

Qual è stata la scintilla che ha dato il via alla sua passione?

«Se dovessi parlare di scintilla, si chiamerebbe Diana: una signora che ogni tanto visitavo da piccolo, quasi una nonna, che mi serviva sempre il thè con un centrino di pizzo e un fiore fresco in un vaso. Da lei ho imparato un senso di ordine e di elementare bellezza. All'età di diciott'anni andai a vivere da solo per coltivare la mia passione, che la mia famiglia non capiva. Lavoravo come artigiano, guadagnavo poco, ma spendevo tutto quel che avevo per comprare quello che mi piaceva. Qualche volta, con una Lambretta scassata, andavo a vedere l'opera a Verona sperando che reggesse il viaggio: ho sempre inseguito la bellezza. Ho visitato le fiere d'antiquariato di tutta Europa e ho conosciuto gli stili, i dettagli, le piccole e grandi opere d'arte dell'uomo, fino a quando non ho aperto un negozio che si è allargato sempre di più, e ora eccomi qua».

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Tutto questo colpisce ancora di più oggi, nell'epoca del prefabbricato, dell'arredamento standard. Lei cosa ne pensa?

«Non è altro che un inganno: si tratta di un arredamento riproducibile e totalmente spersonalizzato. Credo sia una conseguenza di un discorso più ampio: oggi l'uomo è al servizio delle cose, non è più il contrario. Per non parlare della qualità: i prezzi economici non sono solo una questione di convenienza».

Che cos'è per lei la casa?

«Uno scrigno dell'anima. La casa rappresenta nel modo più intimo chi la abita, e spesso è un'opera d'arte di cui la porta è la cornice. Ci vuole una grande empatia nel mio lavoro: arredare, accompagnare i clienti in questo percorso, è il modo migliore per conoscersi. I clienti ti spalancano le porte della loro casa, e sai che lì dentro dovranno sentirsi bene. Spesso si creano veri e propri rapporti d'amicizia».

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Si tratta di una clientela eterogenea?

«Assolutamente, soprattutto come età. Adoro i giovani: sono ventate d'aria, cancellano il passato delle case d'epoca per lasciar spazio al nuovo. Ma si fidano di me e sanno comprendere la bellezza di un pezzo antico».

Quali sono i criteri con cui sceglie oggetti e materiali? Ha dei modelli?

«Il mio unico criterio, il mio unico modello, è la bellezza in tutte le sue forme. Da questo punto di vista ho visto di tutto, ho mantenuto viva la fame di quello sguardo che avevo da giovane. Guardo tutto e tutto mi ispira: fa parte del mio lavoro. Arredo case di ogni tipo e non ho mai raggiunto compromessi: considero il mio mestiere un onore. Anche quando la proposta di un cliente non mi convince subito, cerco di approfondire, di cercare il bello. Lo trovo sempre».

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Lasci un attimo da parte la modestia: lei si definirebbe un artista?

«Sì. Credo di potermi definire tale nella capacità di creare, di assemblare, nella visione d'insieme. L'artista è come un cuoco che sposa gli ingredienti a regola d'arte. Sia che si tratti di arredare una stanza o una casa, scegliendo ogni dettaglio, sia che si tratti di creare ex novo. Dopo il terremoto, per esempio, ho creato delle sculture di specchi con tutti i frammenti di quelli infranti dal sisma: l'arte è una fenice che rinasce dalle proprie ceneri».

Il terremoto ha lasciato un segno profondo nella sua attività.

«Certamente. Il mio principale progetto futuro è quello di risollevare del tutto la mia attività dalla brusca caduta del sisma. Le sculture di specchi sono un esempio di come questo sia possibile, ma c'è ancora tanto da fare».

Cosa consiglia a un giovane designer?

«Tenacia e perseveranza, prima di tutto. Credere in quello che si fa, anche se è un sacrificio. Guardare, girare, visitare tutte le fiere e tutte le mostre anche spendendo i pochi soldi che un giovane abitualmente possiede. È una ricerca che darà i suoi frutti, ed è la mia storia: è un segreto che dono volentieri».

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