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«Burocrazia assurda: aspetto da 7 anni e investirò in Albania»

«Burocrazia assurda: aspetto da 7 anni e investirò in Albania»

Pier Luigi Montorsi, del gruppo alimentare di Vignola, ha già speso invano un milione per un progetto suinicolo

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«Ormai ho deciso: andrò a investire in Albania, perché qui in Italia, e in particolare in Emilia Romagna, il mio progetto per l’allevamento del suino leggero è in ballo da sette anni, ci ho speso già un milione di euro e non si è mosso ancora nulla». Con queste parole, piene di amarezza ma anche di determinazione, l’imprenditore vignolese Pier Luigi Montorsi, titolare dell’omonimo gruppo di Vignola con sette aziende agroalimentari e detentore del marchio del maialino rampante, ha annunciato la propria volontà di cercare un’espansione dall’altra sponda dell’Adriatico.

«A questo punto sono molto determinato – ha proseguito Montorsi – anche perché abbiamo già preso contatti con il Ministero dell’Agricoltura albanese, che si è mostrato molto disponibile verso il nostro progetto e ci ha promesso tempi burocratici estremamente più veloci rispetto a quelli italiani. Praticamente là, nel giro di tre mesi, si possono iniziare i lavori, mentre qui in Italia sono sette anni che aspetto e, nonostante abbia già investito oltre un milione di euro in questo progetto, acquistando più di 200mila metri quadrati di terreno nel territorio comunale di Serramazzoni, non sono ancora riuscito a concludere nulla. La necessità di allevare suino leggero in Italia – dice ancora Montorsi – è quanto mai importante sia per lo sviluppo della nostra economia, sia per lavorare un prodotto di qualità».

Per suino leggero si intendono maiali che vengono macellati a circa 110 chilogrammi, mentre il suino pesante è considerato tale con un peso di 160 chili e oltre.

«Negli ultimi tempi infatti - continua Montorsi - sono sorte spesso lamentele da più parti sul fatto che il nostro Paese importa tanta carne suina dall’estero, ma tutto ciò al momento è una totale necessità: la produzione suinicola interna, infatti, soddisfa solo per circa il 20 per cento il fabbisogno nazionale. Come azienda saremmo in grado di installare e gestire un impianto innovativo per il trattamento dei sottoprodotti e delle feci di questi nuovi allevamenti, senza conseguenze per l’ambiente circostante e anzi producendo concimi di pregio e altri prodotti. Ma questo sembra non sia possibile. Di qui la mia decisione di rivolgermi all’estero, in Albania. Tramite questo Paese, dove tra l’altro il costo del lavoro è estremamente più basso rispetto all’Italia ed esistono maggiori sgravi fiscali, avremo modo di esportare anche in Russia, per il fatto che l’Albania non è interessata dall’embargo russo». (m.ped.)

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