Galleria Estense di Modena: 10 opere da ammirare nel Museo
Dieci opere che meritano di essere ammirate durante la visita alla Galleria Estense di Modena
L'istituzione riapre venerdì 29 maggio, dopo un triennio di restauro e riallestimento coordinati dall'ex soprintendente Stefano Casciu, in concomitanza con il week-end di eventi "Notti barocche" curate da Michelina Borsari.
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La Gazzetta vi propone 10 opere che meritano di essere ammirate durante la visita alla Galleria Estense
Gian Lorenzo Bernini
Napoli, 1598 – Roma, 1680
Ritratto di Francesco I d’Este
1650-1651
Marmo, cm 98 x 106 x 50
Capolavoro assoluto della scultura di tutti i tempi, il busto venne commissionato a Bernini dal duca Francesco I d’Este tramite il fratello, cardinale Rinaldo, e giunse a Modena il 1 novembre del 1651. L’artista fu costretto ad eseguire l’opera senza conoscere il modello, tramite alcuni ritratti inviatigli da Modena, ma riuscì lo stesso a convogliare in esso il carattere volitivo del duca e al contempo a fare dell’effigie una vivissima rappresentazione della regalità e del potere, oltre che una superba esibizione del suo straordinario virtuosismo nella lavorazione del marmo. Francesco I ne fu talmente entusiasta da sborsare per esso l’enorme cifra di tremila scudi, quanto il papa Innocenzo X aveva pagato l’artista per la Fontana dei fiumi di Piazza Navona.
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Cosmè Tura
Ferrara, 1433 ca. – 1496
Sant’Antonio da Padova
1484-1488 ca.
Olio e tempera su tavola , cm 178 x 80
Inv. 3510
È probabilmente da identificare con l’opera di identico soggetto eseguita per il vescovo di Adria Nicolò di Gurone d’Este, menzionata da Tura in una sua lettera del 1490 al duca Ercole I e terminata qualche anno prima. Nonostante il suo antico legame con la famiglia d’Este, l’opera è giunta in Galleria solo nel 1906, acquistata dal Ministero in occasione della dispersione della quadreria Santini di Ferrara. Si tratta di uno dei capolavori estremi dell’artista, in cui concezione monumentale della figura umana e ricerca prospettica di stampo rinascimentale convivono con un senso della forma di ascendenza ancora medievale. L’immagine scultorea del santo si impone allo sguardo del fedele eccedendo i limiti impostile dalla cornice architettonica dipinta e stagliandosi sul fondo del meraviglioso paesaggio marino miniaturizzato, che riverbera la sua luce crepuscolare sui profili della figura e dell’arco. Tipico di Tura è il rovello formale del volto ascetico del santo e delle pieghe del saio che ne avvinghiano il corpo.
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Giulio Marescotti
Liutaio romano della cerchia di Giovan Battista Giacomelli, documentato a Ferrara nel 1571-1591 e altri artisti attivi alla corte estense alla fine del sec. XVI
Arpa Estense
1581-1593
Legno d’acero, di pero (modiglione) e di cirmolo (fregi), dipinto a tempera, laccato e dorato, cm. 152 x 49 cm Inv. 2024 L’arpa, commissionata dal duca Alfonso II d’Este per il celebre concerto delle dame principalissime di Margherita Gonzaga, era destinata alla mantovana Laura Peperara, che con Livia d’Arco e Anna Guarini creò un concerto di Musica secreta che fece di Ferrara un raffinato centro di cultura musicale.
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L’arpa fu realizzata a Roma nel 1581, attraverso l’ambasciatore ducale Giulio Masetti, in una bottega della cerchia di Giovanni Battista Giacometti Si trattava di un’arpa moderna in legno d’acero e di pero verniciato, composta da una doppia fila di 58 corde. La decorazione dell’arpa, attuata tra il 1587 e il 1589, fu affidata al pittore ferrarese Giulio Marescotti, mentre il disegno dei fregi superiori fu eseguito da Giuseppe Mazzuoli detto il Bastarolo che provvide anche a decorare “alla damaschina” la viola e il liuto destinate a Livia e Anna. Gli intagli furono poi realizzati da Orazio Lamberti, fiammingo di Aarsele, e dorati da Giovan Battista Rosselli.
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Annibale Carracci
Bologna, 1560 - Roma, 1609
Venere e Cupido
Olio su tela , cm 110 x 130 1591-1592
Inv. 333
La tela con Venere e Cupido faceva parte di cinque ovali raffiguranti personaggi mitologici, commissionati ad Annibale, Agostino e Ludovico Carracci da Cesare d’Este. Nel 1591 Cesare, non ancora duca, intraprese la ristrutturazione di alcuni ambienti del Palazzo dei Diamanti a Ferrara, comprendenti le camere della consorte Virginia de’ Medici e l’antistante camera del Poggiolo. La ristrutturazione coincideva con l’imminente arrivo di un erede, il futuro Alfonso III d’Este.Gli ovali, destinati presumibilmente alla stanza del poggiolo, raffiguravano Flora, Galatea (o Salacia), Venere, Plutone ed Eolo, quest’ultimo oggi disperso.
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Le tele arrivarono a Palazzo nel 1592e qui rimasero fino ai primi anni del Seicento, quando Cesare d’Este, costretto a trasferire la capitaledel ducato a Modena, fece trasferire le più importanti opere rimaste nelle residenze ferraresi per abbellire quello che sarebbe diventato il Palazzo Ducale di Modena. Nel dipingere la Venere Annibale si rifà alla grande tradizione veneta dei soffitti decorati e in particolare a Veronese, dalle cui opere derivano le pose in scorcio delle due figure, il tipo della testa di Cupido e la chiara luminosità naturale del cielo striato di nubi
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Antonio Begarelli
Modena, 1499 ca. – 1565
Madonna di San Salvatore
1535 ca. Terracotta,
h. cm 190 x 108 x 70
Inv. 4528
L’opera fu in origine eseguita dal grande scultore modenese per la chiesa di San Salvatore in occasione del suo completo rinnovamento dopo l’incendio del 1534 e fu acquistata per la Galleria presso l’antiquario Luigi Giusti nel 1889. Alla statua, in origine colorata di bianco a imitazione del marmo, si accompagnavano anche due rilievi raffiguranti il Battesimo di Cristo e il Compianto su Cristo morto, che ora affiancano di nuovo la Madonna nella medesima sala della Galleria Estense. Nell’equilibrata miscela di caratteri tratti ora da Raffaello, ora da Correggio, l’opera è un esempio caratteristico dello stile del grande scultore modenese intorno alla metà degli anni Trenta del Cinquecento. Proprie dell’arte di Begarelli sono in particolare la compostezza classica e la monumentalità della figura, avvolta in un voluminoso panneggio che fascia il corpo con grande naturalezza ed eleganza.
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Guercino (Giovan Francesco Barbieri)
Cento, 1591 – Bologna, 1666
"Venere, Marte e Amore"
1633
Olio su tela , cm 136 x 157,5
Inv. 40
Guercino dipinse questo capolavoro durante uno dei suoi frequenti soggiorni presso la corte modenese, su commissione del duca Francesco d’Este. Alla metà del secolo l’opera decorava la Camera dei Sogni nel Palazzo Ducale di Sassuolo, assieme ad altre cinque tele dell’artista centese. Con un invenzione formidabile, Gurcino ritrae Cupido nell’atto di scoccare il dardo dritto verso lo spettatore, seguendo l’indicazione di Venere, la cui mano destra è dipinta quasi a trompe l’oeil.
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Chi guarda è così chiamato a identificarsi nel committente dell’opera, il duca Francesco in persona. In secondo piano Marte scopre la scena accentuando il senso di irruzione improvvisa dell’invenzione artistica nel mondo reale. Per la sua felice originalità quest’opera eccezionale, eseguita con ricercata compostezza e smorzando il contrasto chiaroscurale che caratterizza la produzione giovanile del Guercino, prelude agli esiti della piena maturità dell’artista e si posiziona ai vertici dell’intera sua attività.
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Giovanni di Niccolò Luteri, detto Dosso Dossi
Tramuschio (Mirandola), 1486 - Ferrara, 1542
Madonna con Bambino tra i Santi Giorgio e Michele Arcangelo
1517-1519 ca. Olio su tavola , cm 283 x 177
Inv. 437
Non esistono documenti ad attestare la data di esecuzione e la committenza di quest’opera, presumibilmente eseguita dall’artista verso il 1518 su commissione del duca Alfonso I d’Este per la chiesa di Sant’Agostino a Modena, dove rimase fino al 1649, quando fu trasferita nelle collezioni estensi per volere di Francesco I d’Este. Con il passaggio nella galleria ducale il dipinto cambiò destinazione d’uso, da “pala d’altare” centinata assunse la forma rettangolare, più corrispondente ai gusti di una quadreria.
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La composizione è suddivisa in due sezioni: una superiore più ristretta, dove compare la Madonna con il Bambino che poggia su di uno spicchio di luna, simbolo dell’Immacolata Concezione (Madonna dell’Apocalisse), l’altra inferiore con san Michele Arcangelo, trionfante sul demone sconfitto che spira il suo ultimo alito mortifero e san Giorgio, santo caro agli Estensi, che rappresenta il cristiano militante che sconfigge il drago/male che giace ai suoi piedi. La composizione è chiaramente riferibile a opere di Raffaello, come la Madonna di Foligno e la Santa Cecilia, da poco (1515) giunta a Bologna, che divenne subito modello d’insegnamento classicista del grande maestro in terra padana.
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Domenico Galli
Parma, 1649 - 1697
Violoncello (1691)
Legno d’acero, abete, giuggiolo, ebano intagliati e intarsiati, tartaruga, vetro e ceramica, cm. 125 x 47,5 x 30
Inv. 2022
Realizzato dal parmense Domenico Galli, intagliatore, decoratore, calligrafo e musicista, il violoncello è un pregevole ed inusuale esempio dell’arte dell’intaglio applicata alla liuteria.
Galli donò lo strumento a Francesco II d’Este assieme al manoscritto intitolato Trattenimento musicale sopra il violoncello a’ solo, contenente dodici sonate che costituiscono le prime suite per violoncello solo non accompagnato.
Il manoscritto illustra anche la complessa iconografia della cassa armonica intagliata: nel medaglione al centro, la raffigurazione di Ercole che sconfigge l’idra allude all’attesa sconfitta dell’eresia protestante da parte del cattolico Giacomo Francesco Stuart, figlio di Giacomo II e di Maria Beatrice d’Este, e alla speranza (mai realizzata) che egli riconquistasse il trono inglese, dal quale il padre e la madre erano stati spodestati nel 1688. Nella realizzazione dello strumento Galli dovette avvalersi della collaborazione di un abile liutaio, rimasto ignoto: nonostante le sue dimensioni lo rendano difficile da maneggiare e la cassa armonica traforata ne limiti la risonanza, il violoncello è infatti in grado di suonare perfettamente. È probabile che il duca stesso si sia dilettato in privato con lo strumento e le composizioni a lui dedicate.
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Cima da Conegliano
Conegliano, 1459 ca. – 1517 ca.
Compianto su Cristo morto con i santi Francesco e Bernardino
1500-1505
Olio su tavola , cm 136 x 109
Inv. 470
La tavola fu commissionata a Cima da Alberto III Pio (1475- 1531), signore di Carpi, che la tenne fra le cose più care nella sua collazione romana. Dopo la morte di Alberto il dipinto fu posto in su un altare della famigli Pio nella chiesa francescana di San Niccolò a Carpi, dove rimase fino alla metà del Seicento, quando fu voluta da Francesco I d’Este per le proprie collezioni. La colta iconografia del dipinto costituisce una rara trasposizione in immagini del tema della compassio (la partecipazione della Vergine alla passione del figlio), incentrata sulla speculare corrispondenza delle figure di Cristo morto e di Maria dolente. Con grande abilità Cima fa di un astratto argomento teologico il principio ordinatore del dipinto componendo attorno alle due figure principali i gruppi dei santi uomini e delle Marie ed esprimendo il significato religioso dell’opera con gli strumenti stilistici a lui più congeniali: la diffusa luminosità, il realismo e l’espressività misurata dei volti, la naturalezza dei gesti.
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Diego Rodríguez de Silva y Velázquez
Siviglia, 1599 – Madrid, 1660
"Ritratto di Francesco I d’Este"
1638-1639
Olio su tela , cm. 68 x 51
Inv. 472
Eseguito fra 1638 e 1639, quando il giovane duca si trovava a Madrid ospite dei reali di Spagna, questo celebre ritratto è sempre stato uno dei pezzi più rappresentativi della collezione estense. Fra i massimi artisti di ogni tempo, Velázquez lavorava in via pressoché esclusiva per la corte di Filippo IV, eccellendo in particolare nella ritrattistica a cui infuse straordinaria ricchezza di registri formali e di acume introspettivo. Francesco d’Este è colto di tre quarti, armato come un condottiero e ornato con la collana del Toson d’Oro conferitagli dal sovrano. I liquidi colpi di pennello con cui sono resi in “manera abreviada” il metallo baluginante e la fusciacca rosa, si raddensano nel volto ancora fresco e nello sguardo profondamente umano e presente con cui il duca ci fissa. Avrebbe continuato a governare per altri vent’anni, segnando una delle epoche più luminose della dinastia estense.
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