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LO STORICO E GLI ECCIDI DEL DOPOGUERRA

Franzinelli: quei partigiani destinati al manicomio

di Carlo Gregori
Franzinelli: quei partigiani destinati al manicomio

Dal dopo-Resistenza al manicomio, viaggio di sola andata. Lo storico Mimmo Franzinelli, autore amato dal pubblico di lettori che segue la storia contemporanea, ha appena pubblicato “Un’odissea...

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Dal dopo-Resistenza al manicomio, viaggio di sola andata. Lo storico Mimmo Franzinelli, autore amato dal pubblico di lettori che segue la storia contemporanea, ha appena pubblicato “Un’odissea partigiana” (Feltrinelli) per rivelare una vicenda quasi sconosciuta del Dopoguerra che interessa numerosi ex partigiani comunisti e il loro destino dai tratti allucinanti. Lo storico ha identificato e seguito alcuni casi che interessano gli eccidi dopo la Liberazione. Sono i cosiddetti “pazzi per la libertà”. Molti di loro erano modenesi.

Franzinelli, Modena è al centro del suo libro.

«Io e il magistrato Nicola Graziano abbiamo tentato una ricostruzione da una prospettiva diversa delle vicende di alcuni ex partigiani finiti in manicomio. Erano ventenni, poco più che ragazzi, che agivano come giustizieri e vendicatori in parte seguendo loro ideali, come la “giustizia proletaria”, e in parte secondo logiche di vendetta personale. Il loro percorso successivo è stato il processo, il carcere e infine il manicomio criminale».

Quali sono gli omicidi all’origine di questi casi?

«In genere uccisioni di ex membri della Guardia nazionale repubblicana, sottufficiali dei carabinieri, ex fascisti, cittadini. Dopo le indagini, agli imputati toccava un processo basato su una linea difensiva predeterminata: cercare di abbassare la pena puntando sulla siminfermità mentale e quindi aggiungendo alla pena carceraria dai 3 ai 5 anni di manicomio criminale».

E come è andata?

«Nel 1946 è intervenuta l’Amnistia Togliatti che ha inciso solo sul calcolo della pena in carcere ma non per la pena accessoria dell’internamento in manicomio. E così questi giovani ex partigiani hanno magari scontato meno carcere ma sono poi stati rinchiusi in manicomio fino alla metà degli anni Cinquanta, a volte più a lungo. Peggio del carcere: quasi tutti i manicomi erano nel Sud Italia e in condizioni pessime. Io e Graziano abbiamo studiato i fascicoli di Aversa, a Caserta: l’Opg ha un archivio ricchissimo e poco esplorato. Lì sono rimasti in segregazione questi ex partigiani che ho chiamato “i pazzi per la libertà».

Ci sono tre casi modenesi e uno bolognese molto importanti nel suo libro.

«Modena è una realtà complessa studiata a fondo, ma in questo caso la fortuna è stata di riuscire a mettere insieme tutta la filiera: il delitto, le motivazioni, il processo, l’espiazione, il manicomio».

Ci parli del caso principale.

«E’ il caso Borghi di San Prospero, un partigiano “garibaldino” che insieme ad altri suoi compagni fa irruzione armato nella caserma dei carabinieri e uccide il maresciallo Egidio Filippelli, un ex Guardia nazionale tornata in paese in veste di carabiniere, e un appuntato. L’omicidio avviene il 26 aprile 1946, quindi il giorno dopo il primo anniversario della Liberazione. Borghi verrà poi arrestato. L’istruttoria è condotta in clima di Guerra fredda. Lui e altri tre imputati restano isolati dal partito e finiscono in un maxi processo a Modena terminato con la condanna. Borghi poi finirà al manicomio di Aversa dove resterà internato».

Quindi è esagerato dire che queste vendette omicide sono rimaste impunite.

«Sì. Prendiamo un altro caso, quello del bolognese Anselmo Gabrielli. Il 26 maggio 1946 l’Anpi di Spilamberto, quando viene a sapere che in paese il dentista Ilario Malatrasi sta organizzando un gruppo di neofascisti, contatta dei comunisti bolognesi per spaventarlo e carpire le informazioni. Il gruppo di fuoco comandato da Gabrielli, un giovane meccanico, fa irruzione in casa di Malatrasi che però reagisce. Così, invece di strappargli i nomi dei complici, gli ex partigiani sparano e lo ammazzano. Gabrielli e i suoi compagni sono arrestati dopo la fuga e anche lui finirà in manicomio per evitare anni di carcere».

La sorte di questi “pazzi per la libertà” com’è proseguita durante la Guerra fredda?

«Sempre a Modena nel 1949 c’è il caso noto di Castelfranco. Nel libro ho ricostruito la vicenda del maresciallo dei carabinieri Silvestro Cau, delegato dall’alto, forse dallo stesso ministro Scelba, a dirigere le indagini sul cosiddetto Triangolo della Morte. Si tratta di un militare dell’Arma anche lui proveniente dalla ex Guardia nazionale ma a differenza di altri pratica anche la tortura pur di ottenere confessioni e informazioni. Mi ha molto colpito il suo uso spregiudicato dell’opinione pubblica».

Nel suo libro le pagine più impressionanti descrivono Cau mentre obbliga i “sospetti” a scavare le buche per cercare le vittime degli eccidi davanti ai giornalisti e ai parenti delle vittime convocati insieme apposta.

«Cau usa questi metodi trattando i sospetti come colpevoli davanti ai parenti delle vittime che si sfogano. A volte facendo scavare, arriva davvero a scoprire cadaveri, a volte no. Di fronte a questi trattamenti brutali, il Pci reagisce. Umberto Terracini presenta interrogazioni parlamentari e le cose cambiano. Viene ascoltato il maggiore dei carabinieri Rizzo, superiore di Cau, e questi conferma che il maresciallo ricorre a metodi illegali, tortura compresa. Così nel 1951 Cau è costretto a dimettersi e troverà lavoro come capo di una vigilanza privata a Livorno. Nel 1955 il tribunale assolverà Cau dall’accusa di sevizie per insufficienza di prove e lo archivierà dal reato di lesioni personali perché la querela arriva dopo la prescrizione del reato».

Colpisce il caso di Romeo Ragazzi.

«È uno dei sospetti “trattati” da Cau. Nel suo caso è stato chiaramente violato ogni diritto di difesa. Ragazzi aveva ucciso due fratelli ex repubblichini ma aveva agito seguendo ordini superiori. E’ rimasto in manicomio ad Aversa per tantissimi anni. Capitava. Ho trovato anche la storia di un carpigiano che non poteva essere rilasciato dal manicomio nonostante gli sforzi del Pci, perché i familiari non lo volevano».

Perché il Pci taceva?

«Questi omicidi politici sono sempre stati appannaggio del ricordo della destra, mentre per il Pci sono sempre stati fonte di imbarazzo: il Pci era sulla difensiva. Se parliamo di oggi, il centro sinistra attuale è invece colpito da afasia per incapacità di fare i conti con il passato».

Come sono stati condotti i processi in primo grado a Modena?

«In un clima di Guerra fredda. I giudici avevano un atteggiamento mentale colpevolista. Inoltre, consideravano questi reati non omicidi politici, bensì delitti comuni. La stampa seguiva i processi con un’angolatura cattolica o anticomunista; dall’altra parte c’era L’Unità…»

Che giudizio dà della strategia difensiva che portava questi ex partigiani al manicomio?

«È’ stata una scelta deleteria per gli imputati, voluta da illustri avvocati e parlamentari di sinistra. La strategia mirava ad attenuare la pena, ma si è trasformata in un boomerang».

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