Addio Pippo Casarini, Mister 44 gatti
Autore della canzone che vinse lo Zecchino d’Oro nel ’68, fu pianista di talento all’estero prima di tornare a Modena
“Mister 44 gatti”, come lo chiamavano i suoi amici, se n’è andato in punta di piedi, dopo una vita al pianoforte assieme alla moglie Silvana e a un’infinità di musiche a metà strada tra swing, jazz e musica pop.
A 91 anni si è spento Pippo Casarini, la cui fama è legata a una canzoncina composta in due settimane per una bambina di Gorizia che nel 1968 vinse lo Zecchino d’Oro. Di colpo la sua fama travalicò i confini nazionali, fu conosciuto dal grande pubblico e persino la televisione scoprì quell’insegnante che tra una lezione e l’altra aveva sbaragliato la concorrenza. Lo paragonarono all’altro grande della musica italiana, Mister Volare cioè Domenico Modugno, ma lui si scherniva, quasi offeso dalle adulazioni così smaccate. Lui, che aveva girato il mondo per sedici anni suonando per il jet set internazionale nei grandi alberghi e nelle dimore principesche, aveva deciso di tornare a Modena nel 1964 e aveva colto al volo l’opportunità di uno stipendio fisso, come insegnante di musica alle scuole medie di Nonantola.
L’idea di quella canzone gli arrivò dagli anni che stava per compiere (era nato a Modena nel 1924) e pensò che 44 gli portava bene. I gatti poi erano la sua passione; a vederli così tutti insieme, mentre cercavano cibo tra i ruderi di piazza Esedra a Roma dov’era andato in visita da alcuni parenti, gli fecero una tenerezza infinita. Compose altre 500 canzoni, sino all’ultima pochi anni fa per Pavarotti, ma quella dello Zecchino d’Oro fu la più famosa.
La musica la compose in un quarto d’ora, le parole le mise insieme in due settimane. «Quarantaquattro gatti/ in fila per tre col resto di due/ marciavano compatti/ in fila per tre col resto di due ...» Il motivetto fece il giro d’Italia, orecchiabile e scherzoso, mettendo insieme nonni e nipoti in una marcetta che andò avanti per mesi, quando c’era solo la radio della Rai e la tv era in bianco e nero. In breve: il successo fu tale che la cantò anche Mina. Lui, non s’inorgoglì più di tanto e spiegò in un’intervista che la canzone era dedicata al suo gatto Agostino.
Intrattenitore nato, quando aveva una tastiera sotto le mani, faceva volare le dita sul pianoforte con l’abilità di chi univa una solida preparazione da quando era bambino a una passione infinita per la musica. «A tredici anni cominciai a suonare - spiegò una volta - perché mio padre mi mandò a lezione da un maestro di pianoforte che non pagava mai i conti. Capii che non si viveva di arte». Lui invece fu più fortunato, partendo dal diploma del Conservatorio sino alle serate danzanti del dopoguerra per iniziare i suoi viaggi nei posti più alla moda del jet set internazionale. In Svizzera nelle stazioni sciistiche più chic, poi il Medio Oriente quando era un eldorado di affari e di affaristi in ascesa con il petrolio a fiumi, Teheran e persino Calcutta, dove rimase per mesi suonando assieme per le Blue Bell. Tornato in Italia ci furono le serate a Cortina e tanti altri concerti, anche le tournée.
Il ritorno in Italia coincise con quello di maggiore creatività per canzoni e musiche. Di fatto non si ritirò mai, cambiando solo palcoscenico e diminuendo i suoi impegni, con molta gradualità. Appena vedeva un pianoforte e il pubblico in attesa non sapeva dire di no. Così lo ricordano i suoi amici che lo accompagneranno stamattina per l’ultimo addio. I funerali si terranno alle 10 alla cappella delle camere ardenti del Policlinico.
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