Gazzetta di Modena

Modena

«Quel 29 maggio, la paura di perdere i nostri tesori»

«Quel 29 maggio, la paura di perdere i nostri tesori»

Stefano Casciu che ha diretto il restauro ricorda gli effetti del sisma sulla Galleria Ora soddisfatto dice: «E restituiamo a Modena un’Estense davvero stupenda»

3 MINUTI DI LETTURA





«Ricordo ancora con emozione - spiega Stefano Casciu, ex soprintendente di Modena e capoprogetto del restauro dell'Estense in questi tre anni di lavori - il momento in cui con due custodi entrai nel museo dopo le terribili scosse del maggio 2012. Forse fummo un po' incoscienti, ma dovevamo vedere cos'era accaduto al nostro museo: per fortuna le opere d'arte erano salve, anche il prezioso marmo del ritratto di Francesco I di Bernini, il simbolo della Galleria. Raddrizzammo i quadri e le sculture che erano rimaste in bilico, ma non cadute».

Dopo tre anni raccontare i primi attimi di una vicenda che per pochi secondi di scosse poteva essere ben diversa per Stefano Casciu - e per tutti quanti amano l'arte e la bellezza - è liberatorio. E ora l'Estense apre di nuovo al pubblico dopo molti lavori perché davvero all'ultimo piano di Palazzo dei Musei si rischiarono rovinosi crolli.

Ma tutti, soprintendente Casciu, vogliono sapere com'è la nuova Estense visto che con i lavori di restauro l'avete anche riallestita almeno in parte.

«Abbiamo dedicato lunghi mesi con l'ex direttore Davide Gasparotto - spiega Casciu oggi a capo dei musei statali della Toscana - al riallestimento che poi è stato in parte modificato quando siamo passati dalla carta alla pratica. Oltre alla collezione dinastica di origine estense,ci sono anche le opere dei primitivi toscani collezionati e anche le opere che provengono dai castelli estensi di Ferrara, come i Dosso Dossi e anche la statua romana dello Spinario che è collocato a inizio percorso».

Il restauro, costato 760mila euro più 55mila raccolti da privati, ha portato a una nuova Estense

«Sì, intanto per il colore dei muri e al rinnovamento dell'impianto di illuminazione, in parte a led, e dell'apparato informativo. Non era più possibile mantenere il colore bianco candido proposto nei tardi anni Sessanta dall'architetto Leone Pancaldi e abbiamo optato per tre scale differenti di grigio che forniscono un'atmosfera particolarmente raffinata. Poi abbiamo scelto alcune opere cardine che si vedono in prospettiva nella sequenza delle 22 sale dai quattro punti cardinali: si tratta del busto di Bernini raffigurante Francesco I d'Este, del ritratto dello stesso duca di Diego Vélazquez, delle sculture del modenese Antonio Begarelli e degli affreschi staccati di Lelio Orsi. A questi abbiamo aggiunto anche il Crocifisso di Guido Reni che si scorge da lontano entrando in uno dei saloni. Siamo insomma stati attenti anche agli aspetti scenografici».

Per il resto lungo il percorso - dopo la prima sala dedicata a Bernini e ad oggetti della wunderkammer, la Camera delle meraviglie rappresentata dagli oggetti estensi - si vedono tutti i capolavori del museo.

«Posizioniamo nel primo corridoio le opere più antiche a partire da quelle dal fondo oro, tra cui il Sant'Antonio di Cosmé Tura che ho mantenuto senza cornice in una teca trasparente. Poco oltre le opere d'arte toscana sono vicine alla Madonna Campori del Correggio. Ma non voglio fare un elenco, lasciando al visitatore la curiosità della visita ai vari capolavori del museo. Ora arriverà il nuovo direttore e gli lascio una Galleria stupenda». (s.l.)

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google