Una bella sorpresa nelle sale: i grandi artisti di Modena
Non solo Bernini, Velazquez o Guercino: tra le opere proposte in un percorso di qualità emergono tanti talenti nostrani come Wiligelmo, Begarelli, Mazzoni, dell’Abate. Da vedere.
MODENA. Si può essere orgogliosi di ciò che l'arte modenese ha espresso nel tempo. E' evidente dalle opere presentate nella rinnovata Galleria Estense: da Wiligelmo (Madonna con Bambino, in pietra) a Guido Mazzoni (Testa di vecchio, in terracotta policroma) e a Begarelli , da Barnaba da Modena (Madonna, santi e Crocefisisone) ad Angiolo degli Erri (Incoronazione della Vergine), da Francesco Bianchi Ferrrari (Crocefissione) al carpigiano Marco Meloni, dal mirandolese Dosso Dossi (tavole di Ebbrezza, Seduzione, Amore e Musica) a Nicolò dell'Abate (Storie dell'Eneide, Scene di battaglie...), dal formiginese Bartolomeo Schedoni (Sposalizio della Vergine) ad Ercole dell'Abate (Presentazione della Vergine al Tempio), da Bernardino Cervi (Aurelio e Tiberio Azio d'Este) al sassolese Giacomo Cavedone (Santa Maria Maddalena)...
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E' possibile stupirsi davanti a questi pezzi d'arte, di un lungo periodo creativo, che si confrontano con i capolavori in cui è difficile non imbattersi. La scansione geometrica degli spazi, ai quali il Soprintendente Stefano Casciu e la sua équipe hanno dato una bella visibilità, consente al visitatore di trovarsi di fronte, senza andare a cercarli, a dipinti e sculture di eccellenza universale, sulle direttrici di un percorso coinvolgente. E' quanto il grande pubblico di ieri sera,ha potuto subito apprezzare. Sguardi puntati, appena entrato in galleria, al busto in marmo di Francesco I, per mano del Bernini, che giganteggia, nella seconda piccola sala, ad una ventina di metri, su un nuovo basamento che nemmemo il terremoto può smuovere più di tanto.
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E subito in lontananza si afferma una nuova immagine che, avvicinandosi, si scopre come la Madonna col Bambino (terracotta) del modenese Begarelli. In una rete ampia di punti osservazione, rapporti e prospettive non può sfuggire il quadro del Velazquez, raffigurante Francesco I. E davanti agli occhi si pone, durante l'itinerario, il Cristo Crocifisso di Guido Reni nella sala 20, dove l'illuminazione a led che fa risaltare ancora di più la drammaticità della rappresentazione. Da qui, in lontananza, nella prima sala, affiora lo splendido Spinario, in marmo, della fine del primo secolo a.C, con la naturalezza del gesto di un ragazzo seduto che si toglie una spina dal piede sinistro.
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La curiosità ha quasi imposto a tanti di cercare il quadro della Madonna col Bambino del Correggio, stupendo nei gesti d'affetto della madre per il piccolo, e l'Altorolo portatile di El Greco che in sei scene offre una visione del peccato originale, della caduta e salvezza dell'uomo. Due opere straordinarie, che con quella del Velazquez e del Guardi, furono portate via, nel tardo pomeriggio del 23 gennaio 1992, dalla mala del Brenta di Felice Maniero e poi "rocamboloscamente" tornate a casa.
Pitture e sculture trovano una maggiore concentrazione visiva perché ad isolarle e correlarle tra loro sono il color bianco avorio e una nutrita gamma di grigi che le esalta nella giusta misura. L'accorto allestimento mette in relazione le varie opere in un rapporto di periodi, di complicità tematiche, di vicende storiche legate al collezionismo, di convivenza con gli oggetti particolari (maioliche, avori), che portano a vedere l'ambiente come una sorta di "wunderkammer", una stanza di un palazzo di una famiglia nobile. E' auspicabile che tutte le sale possano usufruire di tecnologia led, come la 20 dedicata alla pittura emiliana del Secicento, grazie alla sponsorizzazione del Gruppo Cremonini. L'esempio potrebbe, si spera, spingere all'emulazione.
Certo, non basta una visita per poter vagliare le oltre 400 opere, con inserimento di una serie di sculture recuperate nei depositi, con l'attenzione che meritano. E si finisce con il soffermarsi davanti ai nomi più noti: Tintoretto con episodi tratti dalle Metamorfosi di Ovidio; Guercino che veste dello spettacolo della maestria, nella memoria mitica, la scena amorosa di Venere, Marte e Amore; Cosmè Tura con un ascetico Sant'Antonio da Padova; Veronese con un meditato impianto che colloca San Giovanni Battista e altri santi, tra cui Geminiano, in una chiesa; Annibale Carracci con Venere che mostra le sue fattezze, alla presenza di Cupido; Ludovico Carracci con l'Assunzione della Vergine.
Il valore artistico di ogni pezzo merita ammirazione, anche quando si tratta di stumenti musicali (arpa doppia e violoncello in acero, cembalo in marmo), di oggetti (scrittorio da viaggio, cofanetto nuziale, stipo...) che rivelano queste stanze come scrigni di meraviglie.
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