Il ballo dei ricordi ... e quegli occhi così pieni di luce
L’Accademia, le debuttanti, un ufficiale la storia della dama diventata la sua sposa
Antonio era impeccabile nel suo smoking. Guardava con occhi malinconici le ragazze che invece non riuscivano proprio a smettere di ridere. La loro era una risata un po’ nervosa: da lì a pochi minuti, sarebbero state prese per mano dal cadetto loro assegnato per fare il loro debutto in società, volteggiando sulle note del più romantico dei valzer. E mentre gli passavano vicine, correndo, sfiorandolo con le larghe gonne di tulle bianco, la sua malinconia improvvisamentesi trasformò in commozione.
D’istinto allungo una mano sulla sua spalla: «Qual è sua figlia?» - chiedo. «No, mia figlia non c’è. Ha quarant’anni e ha due maschietti, quindi, a meno che non vogliano intraprendere la carriera militare come il loro nonno, non avrò più nessuno in famiglia che parteciperà al Mak Pi 100». «Beh però per un ufficiale come lei, le porte dell’Accademia saranno sempre aperte» - chioso credendo di dire una cosa piacevole, invece...
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«Sono arrivato a Modena dal Molise - inizia a raccontarmi vagando con lo sguardo lungo il colonnato che circonda il cortile d’onore del palazzo Ducale - avevo 18 anni ed ero uno spilungone. Di quel giorno ricordo tutto, meglio di quanto possa ricordare cosa mi è accaduto stamattina. Ricordo la faccia del colonnello che ci accolse, ricordo l’imbarazzo di cambiarmi in mezzo agli sconosciuti e ricordo l’odore della divisa. Sono stati due anni belli tosti, non solo per l’addestramento fisico, ma anche per tutto quello che abbiamo studiato. Sempre chino su quei libri, in quella stanzetta freddissima. Ecco. Il freddo e la nebbia sono due cose che non mi dimenticherò mai di Modena».
«Spero abbia ricordi anche un po’ più piacevoli delle condizioni meteo non proprio salutari del nostra città» - «Come no? È qui che ho incontrato mia moglie Maria Teresa». Così, intuendo la sua voglia di ricordare e raccontare e la mia di ascoltare mi sono accomodata sulla sedia, accanto al generale, capendo che mi apprestavo ad essere testimone di un momento di intimità, di quelli che a volte, paradossalmente, è più facile condividere con gli estranei che con gli amici di sempre.
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«Quindi ha sposato una bella modenese» gli ho detto parafrasando le sue parole e invitandolo, in qualche modo, a proseguire il suo racconto. «No in realtà Teresa era molisana come me» mi ha risposto. E quel verbo coniugato all’imperfetto ha smorzato il mio entusiasmo, facendomi sentire un po’ inadeguata e come se avessi toccato un tasto delicato della storia del mio interlocutore. «Insegnava qui. Alle elementari. Era maestra» - ha proseguito Antonio e per un attimo il suo sorriso si è ammorbidito.
«Al pomeriggio, quando ci era permesso uscire, ero solito andare a fare una passeggiata qui nelle vie del centro. Non avevamo tanto tempo libero, quindi non ci allontanavamo molto da piazza Roma. Nelle giornate più fredde, quando il gelo riusciva ad attraversare anche il tessuto della nostra divisa invernale, ci rifugiavamo al Caffè del Collegio, ed è lì che ho visto per la prima volta Teresa
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. Anche lei era solita frequentare quel locale con le amiche “di giù”. Non sono mai stato molto intraprendente a dire il vero, quindi passò un bel po’ prima che trovassi il coraggio di rivolgerle la parola. E il suo accento spiccatamente isernino fu la scusa con la quale attaccai bottone. Era così vivace, così allegra la mia Teresa. Con due occhi piccoli e neri, ma sempre vispi e luminosi». «Non sarà stato facile iniziare una storia e una carriera nello stesso tempo, immagino, no?» - «In realtà lei mi ha molto aiutato. Il tempo non è più stato di piombo e le ore in aula volavano sapendo che nel pomeriggio l’avrei rivista. Sa, le chiesi di essere la mia dama per il ballo di fine corso.
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A quel tempo non tutte potevano partecipare: bisognava essere o figlie di militari o appartenere ad una famiglia nobile o comunque prestigiosa della città, o essere parente di un cadetto. Fu così che le chiesi di sposarmi, senza ancora sapere dove sarei finito con il mio lavoro. L’abito glielo cucì sua mamma direttamente “da giù” e lei non lo vide fino al giorno prima del ballo. Fu davvero un turbinio di emozioni». «E poi? Lei è andato a Torino?» - «Certamente. Ho finito la mia preparazione, mentre Teresa è rimasta qui. Poi ci siamo sposati e sono stato trasferito in Friuli. Abbiamo avuto due figlie, tutte e due hanno preso parte al Ballo delle debuttanti. Agnese, la più piccola, ha debuttato nel 1998. E solo l’anno dopo Teresa ci ha lasciati, era il 1999».
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Lo sguardo del generale è diventato vitreo e davanti a lui non ci sono più le gioiosamente chiassose ragazze che stanno animando la serata, ma i volti di chi ha amato, magari proprio trasportati nella stessa serata che stavamo vivendo attraverso la nostalgia. «Mi scusi, non potevo sapere…» - «Non si preoccupi, sono qui perché quest’anno cade il 50° anno dal nostro Mak Pi 100 e chi c’è ancora, ha voluto ritornare. Potesse ritornare anche chi non c’è più».
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