Modena, salotto buono del mio immaginario
Nel mondo e ritorno: Giò Barbieri, viaggiatore e scrittore
di GIÒ BARBIERI
Sono nato in casa, al secondo piano di via Ramazzini 52, in pieno centro, nonostante abitassimo di fronte al reparto maternità del Sant'Agostino, ma il parto in ospedale era ancora poco praticato. Ricordo che nel bagno, con gabinetto alla turca, mia nonna teneva due o tre galline. Ho trascorso l'infanzia sulla strada, mio territorio di gioco, soprattutto in Piazza d'Armi, ora Novi Sad, quando era anche l'Ippodromo cittadino con stalle popolate di cavalli da corsa. Qui, con gli amici, passavo i giorni a catturare lucertole, per finirle in modi orrendi, a giocare con cerbottane e stuffioni di carta, con le figurine, le gnalle (mattonelle) e le biglie di vetro. Su e giù per gli scalini della tribuna, tracciavamo in gesso delle piste per ciclisti, rappresentati da coperchini di bibite, con sopra l'immagine del corridore preferito, come Coppi, Bartali, Nencini ed altri noti all'epoca. Ci divertivamo talmente tanto che spesso io dimenticavo di andare a casa a pranzo. In via Ramazzini si giocava a pallone per strada senza problemi, tanto vi transitavano si e no un paio di auto al giorno. Giocavamo anche alla “guerra” tra vie, sul genere “Ragazzi della via Pal”. Noi eravamo contro i bambini di via Cerca e a volte estendevamo i combattimenti anche contro quelli della Pomposa o di Cittadella, dove il terreno era ancora deformato dai crateri delle bombe aeree della recente guerra, popolati da rane e girini. Le donne d'estate, dopo cena portavano delle sedie sui marciapiedi e stavano ad intrecciare cappelli di paglia chiacchierando fino a mezzanotte. In quelle tarde serate estive vedevo mio nonno arrivare verso casa, barcollante per avere alzato il gomito all'osteria Cros Verda in via Cerca, spesso visitata da una certa Romanina di Lodi, briosa signora che suonava una chitarra e ballava portando allegria in giro per le bettole cittadine.
Poi, la Pomposa, luogo d'incontro con i coetanei dell'adolescenza, jumping point per i dancing, come il Mocambo, il Garden, l'Eden e per i bar, come il Guf, il Pedavena, dell'Orologio e il Grand'Italia. Da qui, nel 1969 sono partito per Bali (Indonesia) con una Fiat 500 in compagnia degli amici Paolo Fiorani e Adriano Malavasi. Un viaggio durato sei mesi che avrebbe cambiato e indirizzato la mia vita. Dagli anni Settanta ho intrapreso un movimentato percorso iniziato con il servizio sul fronte israelo-palestinese, realizzato per Oriana Fallaci e L'Europeo (1970) e conclusosi col giro completo dell'Africa (1979), durato 11 mesi in compagnia di Aldo Dugoni. Alla fine di quel decennio possedevo una chiara percezione della distanza chilometrica e culturale tra Modena e il resto del mondo. Seguì la grande passione per lo studio delle popolazioni e per l'etnologia in genere, facilitato anche da una democratica visione del mondo, tipicamente modenese, apprezzata ad ogni latitudine. Gli anni che seguirono furono per me un gigantesco vortice di emozioni vitali vissute grazie a viaggi mirati ad esplorare i sette continenti con ogni mezzo, tanto da finire sul Guinness dei Primati per il numero di paesi visitati.
Prima di scegliere Modena come luogo in cui vivere, dovevo assolutamente capire che posizione occupasse nel mondo e, l'unico modo per capirlo, era vedere tutte le altre e confrontarla con esse. Il fatto di esserci nato non era sufficiente per restarci e spenderci la mia unica vita. Se sono tornato è anche perché ho constatato di persona, da fanatico dell'esperienza diretta, che Modena e la sua gente occupano un posto di tutto rispetto e prestigio nel nostro pianeta ma, soprattutto, è la città delle mie radici che affiorano sotto le sembianze degli affetti. Modena è la città che mi ha incoraggiato a viaggiare e a confrontarmi con gente diversa, grazie alla sua forma mentis decisamente compatibile ovunque. È la mia città, ho impiegato una vita a comprenderlo, ma ho voluto essere io a decidere di sceglierla. Oggi, pur continuando a viaggiare, penso di aver fatto la scelta giusta perché Modena rimane il salotto buono a cielo aperto del mio immaginario; è una città a misura d'uomo, sostenibile sotto il profilo sociale, ambientale e di buon profilo culturale.
È un piacere poter immergermi ogni anno nel Festival della Filosofia ad ascoltare grandi pensatori contemporanei in una Modena invasa da giovani che vengono da ogni parte d'Italia e d'Europa. Mi piace anche visitare le mostre sulle arti visive di amici artisti, pittori e fotografi. Sono tutte esperienze importanti perché questi talenti appartengono alla mia storia personale e alla storia di Modena e rinforzano il mio senso di appartenenza ad una comunità in cui mi riconosco con fierezza. A volte mi sento anche felicemente “disorientato” quando incontro persone di colore o con gli occhi a mandorla che si esprimono con le inflessioni e i modi di dire modenesi. Molti anni fa non avrei mai pensato di trovarmi il mondo “in casa” dopo averlo cercato ovunque.
Ma provo lo stesso piacere quando, nel mio girovagare per le strade del “centro”, ritrovo gli amici di sempre con i quali converso piacevolmente davanti ad un caffè, proprio come alcuni decenni fa condividevamo i sogni e le speranze davanti ad un buon bicchiere di Lambrusco. Continuo così a fare del mondo e della mia città dei luoghi di incontro e di esplorazione e trovo che sia stimolante scoprire e riscoprire sempre cose nuove e cose dimenticate. Aveva ragione Marcel Proust quando diceva: “Un vero viaggio non è solo cercare nuove terre, ma avere nuovi occhi”.
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