Le grandi firme arrivano ma se ne vanno subito
I casi più eclatanti degli architetti Frank O. Gehry e Mario Botta messi da parte Poco feeling anche con gli studiosi di grido, da Gasparotto a Barbero
Il direttore Filippo Maggia, 55enne di Biella, ricorda a Fulvio Chimento, nel volume “Arte italiana del terzo millennio. I protagonisti raccontano la scena artistica in Italia dei primi anni Duemila”, il suo metodo di lavoro a Modena per quanto riguarda la scoperta dei fotografi internazionali e nazionali che espone ormai da anni. «C’è un primo momento in cui accumulo tutto il materiale e contatto galleristi e collezionisti, ma soprattutto colleghi e istituzioni. Dopo cerco di rintracciare gli artisti che mi interessano durante le biennali o le grandi fiere come Basilea. Per comprare opere per la collezione della Fondazione, infine, prendiamo contatto direttamente con la main gallery perché ci interessa avere la miglior selezione». Se Maggia collabora da quasi vent'anni con le istituzioni modenesi altri curatori sono durati assai meno sotto la Ghirlandina. Tre anni per il noto critico Angela Vettese che qui diresse la Civica. E poi c’è il caso di Davide Gasparotto che, dopo avere diretto per due anni la Galleria Estense da pochi mesi è capo curatore del Getty Museum di Los Angeles. E ora Gasparotto è anche, insieme a Salvatore Settis, curatore della grande mostra della Fondazione Prada di Venezia “Serial/Portable classic”. Un altro importante curatore come Luca Massimo Barbero, responsabile per l’arte della Fondazione Cini di Venezia e curatore associato dei Musei Guggenheim, da giovane critico portò numerosi capolavori dell’arte moderna sotto la Ghirlandina. Ma appunto resistette poco. Sarebbe invece durato senz'altro di più l'ultimo direttore della Civica Marco Pierini che però si è dimesso differenze di vedute sull'Expo con il sindaco Muzzarelli. Questi i critici, poi vanno ricordate le archistar: a Modena si sono coinvolte tutte, da Frank Gehry a Krier da Jellicoe a Gae Aulenti, ma poi i loro progetti sono stati accantonati. L'ultima a entrare nel “cimitero” modenese degli architetti di grido è stato Mario Botta che sotto la Ghirlandina doveva realizzare le piazze Matteotti, Roma e S.Agostino e invece è passato a Gualtieri a operare per l'allestimento del nuovo museo Ligabue. Senza dimenticare Calatrava che i cugini reggiani hanno ingaggiato per realizzare i simboli moderni della città. E che dire degli artisti? Oltre a Barbieri sono stati tralasciati negli ultimi decenni anche il grande futurista modenese Enrico Prampolini (Modena 1884 – Roma 1956), dalla carriera fulgida come racconta nel bel volume “Enrico Prampolini futurista europeol’esperto Giovanni Lista. E poi il pittore Carlo Mattioli, celebrato con appuntamenti di seconda fascia nel Modenese. E per le fotografie che sono nella grande tradizione della nostra città? Si potrebbe fare un lavoro più accurato che ancora non c'è stato: numerosi esempi si vedono in questo periodo alla mostra “Il bel Paese. L’Italia dal Risorgimento alla Grande Guerra dai macchiaioli ai futuristi” a Ravenna, dove sono esposte foto di Umberto Orlandini. (s.l.)
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