Muore, processo all’infermiera
Una paziente di 43 anni considerata “non grave” deceduta dopo avere atteso ore al Pronto Soccorso A processo infermiera dell'ospedale Ramazzini di Carpi. L'accusa è omicidio colposo
Ieri in tribunale davanti al giudice Federico Maria Meriggi si è discusso di un caso di omicidio colposo che vede come imputata A.B., un’infermiera 46enne dell’ospedale Ramazzini, difesa dall’avvocato Alessandro Sivelli. Il 12 febbraio 2012 era la responsabile per la valutazione triagica del pronto soccorso: in pratica era l’infermiera che decide se chi si presenta è grave e quanto (codice verde, giallo o rosso) e dalla valutazione il paziente ha tempi di attesa più o meno lunghi.
La farmacista E.M. è arrivata alle 16.30 ed è morta alle 23.20 dopo essere rimasta in pronto soccorso fino a poco dopo le 20, quando la sua situazione è parsa inequivocabilmente critica se non compromessa. Il decesso, avvenuto dopo sei ore in pronto soccorso, è stato così inaccettabile per il marito, Federico Tommasi, che ha sporto denuncia e ora si è arrivati al giudizio. Ieri hanno deposto numerosi testimoni dell’accusa tra i quali la dottoressa che quella sera ha preso in carico la 43enne rendendosi conto nell’arco di 40 minuti di visita che stava succedendo qualcosa di grave.
Nella denuncia il marito ha scritto che fino alle 19,10 nessuno aveva visitato E.M. Era un codice verde e quindi è rimasta parcheggiata per quasi 4 ore, prima di diventare codice giallo. La dottoressa ha ricostruito il passare di quelle ore, fino a quando ha capito che quella donna aveva una febbre a 40 gradi che indicava una situazione critica. Le ha fatto domande quando era ancora vigile ma faticava già a tenere gli occhi aperti e lei rispondeva a fatica. Aveva avuto dolori acuti alla pancia e scariche diarroiche oltre a nausea. Il medico ha disposto prelievi di sangue per esami di vario tipo e ha fatto fare anche l’emogas, mentre iniziava una diagnosi differenziale. Ma erano ormai le 20 e il suo turno finiva. Così ha passato le consegne a un collega giovane e ha avvisato anche la rianimazione. Ha anche avviato una terapia di sostegno, ma quando ha appoggiato la mascherina dell’ossigeno ha visto che sulla pelle si formavano macchie petecchiali: segno di una situazione critica.
Tuttavia, nonostante questa situazione, la dottoressa ha deciso di non farle assumere antibiotici. Ma non era questo l’aspetto in questione, né il fatto che la paziente ormai in acidosi metabolica sia stata affidata alla rianimazione che ha tentato disperatamente di salvarla ma che poi la morte è sopraggiunta alle 23.20 per uno choc da setticemia. Dopo l’assoluzione di due medici in udienza preliminare, ora il processo si incentra infatti sulla valutazione di chi ha accolto la donna: l’infermiera del triage. Prossima udienza il 16 giugno 20916 con i testi della difesa.
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