Modena: S. Pietro, in sacrestia emerge un affresco di Bernardino Cervi
Scoperta in Abbazia a Modena durante i restauri: l’opera del 1600 ritrae San Benedetto con Totila, il re dei barbari Goti. Un'opera di particolare rilievo storico e artistico che sarà ufficialmente presentata alla città a novembre.
Scoperto nella sagrestia della chiesa-monastero di San Pietro un affresco del primo Seicento, importantissimo per la qualità pittorica e per ricordare a tutti quanto sia fulgida la Modena estense dell'epoca. Gli studiosi ne discuteranno a novembre, alla chiusura dei lavori di restauro, ma ieri è stato reso noto il "nuovo" affresco, realizzato dal carpigiano Bernardino Cervi, morto giovane per la peste del 1630 e allievo del grande Guido Reni a Bologna.
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L'opera, illustrata dal direttore dei restauri in corso in San Pietro Vincenzo Vandelli e dalla docente di storia dell'arte dell'Università di Bologna Sonia Cavicchioli, è bellissima e copre l'intera parete di fondo dell'antico corridoio del monastero di San Pietro. Il soggetto è tra l'altro piuttosto raro perché raffigura un giovane San Benedetto - il fondatore dell'ordine benedettino da cui dipende la chiesa modenese oggi retta dal priore don Stefano - che incontra il re dei barbari Goti Totila che gli si genuflette davanti. Totila, secondo la leggenda, volle trarre in inganno Benedetto mandandogli un servo travestito, ma il futuro santo se ne accorse e allora il re andò ad inginocchiarsi davanti a lui in segno di rispetto.
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I lavori intorno allo splendido ritrovamento che meriterà approfondimenti vista la rarità del catalogo di Cervi, proseguono e sono affidati al restautore Luca Rubini la cui famiglia ha finanziato l'intervento. "Cervi - spiegano Cavicchioli e Vandelli al lavoro nella chiesa di San Pietro da alcuni anni, con notevoli risultati - è l'autore di poche opere conservate in Duomo e alla Galleria Estense: il pittore quando morì aveva infatti meno di quarant'anni. Quando ci siamo resi conto del ritrovamento l'emozione è stata tanta per una serie di motivi, primo appunto la rarità di opere dell'autore.
Tutta la parete dipinta, che un tempo confinava con il cortile della Spezieria, era da secoli tinteggiata e figurava solo il volto incorniciato di San Benedetto. Quasi si trattasse di un quadro appeso, ma del resto non è difficile comprenderne i motivi, basta ricordare che l'arrivo di Napoleone a fine '700 stravolse molti dei luoghi religiosi della città. Datiamo l'opera al 1626 e fino alla fine del '700 gli autori delle guide di Modena lo potevano vedere intero mentre oggi manca purtroppo la parte sottostante". La scena è però notevole: i visi di re Tortila e san Benedetto sono realizzati con una perizia tecnica altissima, così come i capitelli corinzi delle colonne a destra sono un esercizio da orafo. "Proprio la perizia tecnica - continuano Vincenzo Vandelli e la prof Cavicchioli - rende importante l'opera ritrovata. L'affresco non era molto utilizzato nel nord Italia, in genere si utilizzata la pittura su muro come faceva Nicolò dell'Abate. Il pittore realizzò l'opera in cinque giornate e ancora si possono vedere con la luce radente le incisioni che realizzò per realizzare le figure, a cui dedicò una giornata per ognuna. E poi le architetture, compresa la balaustra superiore che pensiamo sia stata realizzata in un secondo tempo: sfondano la superficie dipinta, gli danno luce come si legge nelle antiche cronache". Proprio le architetture dipinte sono importanti a Modena, visti i capolavori in questo senso realizzati al Ducale di Sassuolo e in sagrestia di San Biagio a Modena (quest'ultima è in cattivo stato). "Il monastero di San Pietro - termina un emozionato don Stefano - era importante perché qui i duchi mandavano gli ospiti di riguardo e qui si vendeva in esclusiva la Teriaca, l'aspirina dell'epoca".
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