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Coprì gli abusi sessuali sulla figlia: condannata

di Carlo Gregori
Coprì gli abusi sessuali sulla figlia: condannata

Un anno e sei mesi di carcere a una 40enne sassolese che sapeva e lasciava che il compagno continuasse ad avere approcci espliciti con la ragazza 11enne

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Condannata dal tribunale per il suo atteggiamento remissivo nei confronti degli abusi sessuali che avrebbe compiuto il suo compagno sulla figlia di 11 anni. È un caso anomalo, quello che si è discusso ieri davanti al Collegio del giudici: una sassolese madre poco più che quarantenne che - stando alle testimonianze raccolte da carabinieri e Procura tramite intercettazioni ambientali telefoniche - non solo sapeva di cosa succedeva tra il compagno e la figlia pre-adolescente, ma l’avrebbe nascosto e in seguito avrebbe spinto la ragazza a piegare le ragioni dell’accaduto.

La sentenza prevede una pena di un anno e sei mesi contro i due anni chiesti dall’accusa, pm marco Niccolini e, dalla parte civile, l’avvocato Valeria De Biase per conto della ragazza (oggi diciasettenne, studentessa alle superiori, residente in una comunità lontana dalla sua famiglia) che ha chiesto anche 5mila ero di provvisionale dalla madre. Se la pena può apparire lieve rispetto al reato contestato, va ricordato che in un certo senso doveva allinearsi alla condanna a 2 anni e 4 mesi comminata al patrigno nell’ambito di un processo abbreviato davanti al gup. Ma più che la pena, è la vicenda emersa che suscita impressione. Il caso è esploso nel 2011 proprio su iniziativa della stessa madre dopo un acceso litigio tra sua sorella e il suo compagno: erano tutti finiti dai carabinieri di Sassuolo e lì ha riferito di queste voci di abusi che il suo uomo avrebbe compiuto sulla figlia. Di quali abusi si tratti, non si è mai saputo con certezza, come ha sottolineato la difesa, né è stata ai ascoltata la ragazza, un fatto davvero anomalo. Tuttavia, nelle intercettazioni successive, sia in casa che la telefono, è emersa una serie di pesanti allusione su un’attrazione perversa che l’uomo metteva in pratica per la figliastra. La ragazza stessa ripeteva: «Io non voglio fare l’amore con papà». E in bagno la madre una volta ha detto alla figlia che, pur volendo bene al suo compagno, non avrebbe mai potuto perdonare quello che ha fatto. L’ “avventuretta”, come viene chiamata dalla madre, nascerebbe insomma da un senso di possesso morboso ma anche, come lei stessa dice alla figlia, da provocazioni della ragazza. Provocazioni che, secondo la difesa, nascevano da una ripicca contro un padre troppo severo. Che la madre fosse a conoscenza di quanto accadeva sotto la doccia o in camera della ragazza, il pm non ha dubbi. Come, durante la requisitoria, ha spiegato che è lampante che nascondesse i fatti e anzi invitasse la figlia a raccontare una verità diversa se caso mai fosse stata interrogata. Insomma, da parte di questa madre ci sarebbe stata una forte debolezza di carattere che l’avrebbe spinta a lasciar fare e allo stesso tempo un certo atteggiamento doloso, magari non del tutto esplicitato, che permetteva che sotto lo stesso tetto familiare avvenissero approcci sessuali deviati nei confronti di una figlia troppo giovane.

La difesa ha già annunciato che ricorrerà in appello.

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