«Un percorso con i profughi per renderli socialmente utili»
MODENA. Dopo secoli di espropri, violenze e sfruttamento, come tutti sappiamo sono tante le persone che, in modo non violento e rischiando la vita, cercano un lavoro in Europa e fra queste c'è chi si...
MODENA. Dopo secoli di espropri, violenze e sfruttamento, come tutti sappiamo sono tante le persone che, in modo non violento e rischiando la vita, cercano un lavoro in Europa e fra queste c'è chi si mette a servizio della comunità facendo il volontario. Ad aprile 2015 Prefettura, Comune di Modena, Associazione Servizi Volontariato e Forum provinciale del Terzo Settore hanno sottoscritto il “Protocollo d'intesa per la realizzazione di percorsi di accesso al volontariato rivolti a persone inserite nell'ambito di programmi governativi di accoglienza per richiedenti protezione internazionale”, grazie al quale i profughi trasferiti a Modena nell'ambito delle operazioni umanitarie, saranno inseriti in percorsi di volontariato per favorire l'acquisizione di competenze, reti di relazione e di “autonomie”, favorendo così l'uscita da situazioni di estrema fragilità.
«La nostra adesione al protocollo esprime l'attenzione dell'Asvm nell'offrire a tutti percorsi di accoglienza, formazione, orientamento e inserimento nelle realtà associative del nostro territorio. Ci impegniamo anche a fornire un sostegno alle associazioni che accolgono le persone che richiedono protezione internazionale con le quali avremo colloqui personalizzati, per incamminarli verso attività di utilità sociale a favore della collettività modenese che li ospita», afferma Emanuela Carta, presidente Asvm. Ad oggi, nel 2015 sono 9 i richiedenti asilo che si sono rivolti per un colloquio di orientamento al Centro Servizi Volontariato di Modena tramite il Centro Stranieri del Comune, 39 nel 2014. Sono tutti maschi, di età compresa generalmente tra i 20 e i 30 anni, scappati da Paesi in cui ci sono dittature, guerre o discriminazioni violente di vario genere. Queste persone sono in Italia per cercare lavoro oltre che protezione, o comunque percepiscono l'Italia come un primo punto di approdo e quindi di passaggio, per raggiungere nazioni europee in cui c'è maggiore offerta di lavoro. A queste persone viene proposto di fare volontariato chiarendo che non si tratta di un'attività retribuita; in cambio hanno la possibilità di impiegare il proprio tempo in modo più attivo e di esercitarsi a parlare italiano. L'integrazione è difficile, c'è ancora diffidenza ma non mancano le belle storie come quella di un giovane con una cultura al di sopra della media che ha iniziato ad aiutare i malati di Parkinson a fare ginnastica dolce e dopo qualche mese è stato assunto come collaboratore domestico oppure quella di un ragazzo che facendo servizio presso l'associazione Insieme a noi si è trovato bene a tal punto che è arrivato a condividere un piccolo appartamento con uno degli operatori del gruppo. (l.s.)
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