Valenti: «Troppi tagli distruggono il teatro la qualità è “punita”»
Il direttore del nuovo “nazionale” Storchi è amareggiato «La nostra promozione è diventata una beffa: assurdo»
Il progetto artistico di Emilia Romagna Teatro Fondazione è stato valutato, da una commissione ministeriale di esperti, il secondo in Italia, dopo solo quello del Piccolo di Milano. Però, come finanziamenti, risulta solo quarto, in virtù di complicatissimi quanto discutibili parametri che fra le altre cose premiano, per esempio, chi riesce a portare 450 spettatori in un teatro di 500, rispetto a chi ne porta 800, ma in un teatro da 1000 posti. Queste ed altre incongruenze hanno fatto da corollario alla presentazione delle linee programmatiche della triennalità 2015-2017 di Ert avvenuta ieri, alla bolognese Arena del Sole, con un direttore, Pietro Valenti, alquanto amareggiato, perché con 6 mesi di ritardo rispetto all'inizio dell'attività progettuale si è venuti a conoscenza di un taglio importante dei finanziamenti che costringerà l'ente ad operare difficili, e probabilmente dolorosi, aggiustamenti di bilancio, quando sarebbe bastato, secondo Valenti, designare come Nazionali i soli teatri di Milano, Roma e Torino per diminuire la competitività tra tutti gli altri Stabili e soprattutto svincolare questi ultimi dai mille lacci e lacciuoli che invece ora affliggono la loro operatività. E, a detta sempre di Valenti, la responsabilità principale delle incongruenze contenute nel decreto ministeriale sui Teatri Nazionali è da dividere soprattutto fra gli stessi teatranti, categoria incapace di far valere le proprie ragioni, e l'Agis, l'anacronistico organismo dello spettacolo deputato al dialogo con le istituzioni, che «ha dimostrato l'incapacità di difendere il teatro … andando a dire al ministero che il decreto andava bene così, e le cose che ha fatto cambiare sono un disastro», dimostrando «di non essere in grado di difendere l'attualità del teatro». Parole dure, peraltro giustificate da una situazione grottesca che pone sullo stesso piano attività di ricerca e attività commerciale, teatro d'arte e teatro "popolare", quest'ultimo in senso tutt'altro che spregiativo ma che si pone obiettivi quasi sempre più economici che artistici. Nonostante tutto, però, il piano artistico di Ert andrà avanti, e ad un primo esame risulta davvero di grande respiro, ispirato ai temi della progettualità, della condivisione, della formazione che già da tempo ne caratterizzano l'impegno. La lista dei grandi artisti, registi, drammaturghi coinvolti con sistematicità nel triennio a venire non ammette repliche, dai registi italiani Longhi, Delbono, Garella, Babina, Martinelli, Vetrano, Randisi, fino a Cesare Lievi e Andrea De Rosa, agli stranieri Pascal Rambert, Anna Peschke, Lukas Hemleb, Levan Tsuladze, Eimuntas Nekrosius, confermandosi come l'ente italiano più aperto alle collaborazioni internazionali che stanno facendo crescere enormemente la qualità dell'offerta e della ricerca teatrale sul nostro territorio. Grande spazio avranno pure i drammaturghi contemporanei, giacché da sempre Ert cerca di sostenere percorsi votati alla ricerca di nuovi linguaggi, che invece proprio i contenuti del decreto ministeriale rischiano di sacrificare. Una cosa che non deve venir meno, nell'attività di Ert, secondo Valenti, è il fatto di essere sempre stato una palestra da cui partire per andare in altri luoghi, per i giovani alla ricerca di nuovi orizzonti, per gli artisti affermati che possono misurarsi con platee sempre nuove. Così come sono i vincoli ministeriali rischiano di affossare tutto ciò, ma Pietro Valenti, pur restando ancorato alla realtà dello stato attuale, si dice speranzoso che vengano apportate le modifiche necessarie. Come quella, originariamente prevista, che i direttori dei teatri non possano fare regie:sarebbe un segno di civiltà, dice Valenti. Sarebbe un segnale di consapevolezza, aggiungiamo noi, che, come spesso racconta la cronaca, troppo raramente alberga al Ministero dei beni culturali.
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