Modena raccontata da Valerio Massimo Manfredi: "Geniale, laboriosa Di questa terra amo storia e forza"
L’archeologo-scrittore su passato e presente «Modena, città splendida e ricca di tesori»
MODENA. Valerio Massimo Manfredi è lo scrittore-saggista modenese di maggiore successo a livello internazionale, con i suoi romanzi best-seller e long-seller, che coniugano il rigore storico con la vera letteratura creativa, che comunica potenti emozioni al lettore. Scrittore, giornalista, sceneggiatore, archeologo, autore e conduttore televisivo. Ma nonostante la fama, Manfredi si sente ancora e soprattutto un docente universitario. "La cosa fondamentale è l'insegnamento. E' la base di tutto. Non ho mai voluto abbandonarlo, anche se ora prevale la scrittura, che è la cosa che più mi occupa ed ha l'impatto più grande a livello di pubblico, di media e di gratificazione costante. L'ambiente universitario mi interessa e affascina. Vengo da lì e l'Università è nel mio cuore. Da lì nascono tutte le mie competenze. Ma oggi posso accettare solo inviti come visiting professor. Non sono più in grado di gestire incarichi organici e a lungo termine. E' accaduto per una università privata in Spagna, è accaduto per Ravenna come docente di topografia antica al corso di Conservazione dei Beni Culturali, a Bologna, presso il dipartimento di Letteratura italiana, per corso sulla scrittura. E ancora come docente nei corsi di archeologia all'Università di Siracusa, nel progetto Archimede".
Lei è considerato uno dei massimi maestri della rivisitazione della storia, delle storie e delle vicende umane del passato. Cos'è per lei la storia?
«La Storia è il tentativo dell'umanità intera di costituire una memoria comune. Come obiettivo primario ci si propone di avvicinarsi il più possibile alla verità , ben sapendo che la verità è un concetto astratto ed è dunque virtualmente impossibile da raggiungere.. E' un cantiere aperto 24 ore su 24. Mentre parliamo ci sono studiosi che cercano di capire la verità dall'altra parte del mondo».
Nei suoi romanzi, c'è sempre un collegamento tra presente e passato. La storia, come diceva Cicerone , è “magistra vitae” ?
«È importante per la formazione dell'identità dei popoli e delle civiltà e aiuta a rendersi conto che tutto quello che è accaduto nel passato continua ad avere conseguenze nel presente. L'uomo purtroppo continua a fare errori madornali».
In molte sue opere letterarie, le donne sono co-protagoniste. Cosa sono, cosa rappresentano le donne per lei?
«Le donne sono forse l'aspetto più bello, affascinante, consolatorio, magico della vita. Sono sempre stato circondato da donne straordinarie.Mia nonna, era veneta e si era innamorata di un soldato modenese che combatteva al fronte nella grande Guerra: Luigi Manfredi, mio nonno. Rimasta incinta aveva affrontato la non facile vita di ragazza madre in un paesino dell'altopiano di Asiago e poi la durissima vita di una famiglia contadina delle colline modenesi, lei abituata alla vita ben più comoda di una famiglia di piccola borghesia operaia e artigiana. Continuiamo a parlare di lei, tutti i giorni, ricordando anche l'ironia, la filosofia di vita e il gusto che aveva per sdrammatizzare le non poche difficoltàdella vita. Mia madre, che ha 91 anni, ha sempre vissuto con coraggio, affrontando fin dall'inizio le fatiche degli ultimi anni della guerra e i primi del dopoguerra che erano particolarmente difficili. Anche in procinto di partorire, lavorava fino all'ultimo momento. Durante l'ultimo anno di guerra non è mai mancato nulla in casa, ma sia mia madre che mia nonna hanno sempre donato ciò che era in eccedenza. Anche mia moglie viene da una famiglia di tradizioni cattoliche in cui le donne sono preponderanti: ha cinque sorelle tutte affiatatissime».
Valerio Massimo Manfredi e Modena. La guerra di Modena quale importanza ha avuto nello sviluppo del territorio?
«Ho cominciato il mio lavoro di ricercatore, studiando le tracce della guerra civile del 43 a.C. che, di fatto, ha determinato la nascita prima del secondo triumvirato con Ottaviano, Antonio e Lepido e poi, per eliminazione, dell'Impero romano con Augusto che ha avocato a sé tutti i poteri.
Ma appena cessato il sangue, cessate le divisioni, è nata la compagine militare strutturale, ideologica, politica dell'impero in cui Modena era la capitale del Nord Italia, della Cisalpina. Cicerone ricorda Modena come firmissima et spendidissima populi Romani colonia. I marmi serviti per il Duomo vengono dai materiali della città romana. Fra questi uno dei due leoni del portale, quello più bello per plasticità, realismo, energia, proviene probabilmente dall'Anfiteatro di Modena, la cui curvatura è forse leggibile nell'andamento curvilineo di via Mondatora. E bene ha fatto l'Amministrazione Comunale a mettere all'ingresso orientale della città una riproduzione perfetta dell'altare funerario di Vetidia Ecloghe, e la lastra di ferro con i tre nomi della città, quello etrusco, quello latino e quello italiano: Muthna, Mutina e Modena. Senza essere leghista, avrei anche messo quello dialettale. Anche perché il dialetto prevede tante parole, tanti lemmi derivati dal latino ma anche dall'etrusco. In molte altre vie e piazze, troviamo continuamente nuove testimonianze del passato della città. Tra le più importanti , la cinta muraria che recenti scavi hanno ritrovato in piazza Roma, le stupefacenti strade, un pezzo iniziale della Modena-Brennero di allora, al Foro Boario. La via Emilia che alla rotonda dell'altare di Vetidia misurava la bellezza di ventotto metri di larghezzai, dai tre della carreggiata originale. Con larghe banchine su cui correva il cursus publicus. C'erano stazioni di sosta per cambiare i cavalli e sviluppare la rete di comunicazioni. È stata una delle enormi opere volute da Augusto, che raddoppiò anche tutte le carreggiate dei ponti. A Modena, stupiscono i magnifici monumenti funerari che, grazie alle esondazioni-alluvioni di Secchia e Panaro, si sono conservati intatti. Facevano di Modena, della via Emilia, un complesso monumentale forse in grado di rivaleggiare, in certi tratti, con la via Appia. Modena era dunque una città fiorente, attiva , intraprendente. Una bella stirpe che si è conservata fino ad oggi. Grandi lavori, gente geniale, con il gusto del lavoro perfetto e che ci danno campi come giardini, con le vigne portate dagli etruschi, che li arricchiscono anche esteticamente. Se tutta Italia fosse come Modena, non avremmo nulla da invidiare alla Germania e agli altri Paesi europei».
Lei ha appena pubblicato un saggio sulle meraviglie del mondo antico. Quali le meraviglie di Modena?
«Meraviglia è la sua maestosa Cattedrale con torre, gioiello dell'arte romanica, che coniuga l'austerità e la massiccia potenza dell'interno con un esterno di raffinata eleganza. Bella la piazza con la preda ringadora , il Palazzo Comunale e il Palazzo Ducale. Ancora i capolavori di tecnologia ed eleganza di Ferrari, Maserati e Pagani, che creano vere e proprie opere d'arte, gioielli a tutti gli effetti. Tra i capolavori, quelli della Biblioteca e della rinnovata ed ampliata Galleria Estense, del Museo archeologico».
Quando si vola sopra Modena, si può ammirare un centro storico a struttura romana di grande bellezza. Poi, improvvisamente, nella periferia, vediamo il distacco del moderno dall'antico. Perché i nuovi urbanisti, i cosiddetti archistar del nostro tempo non hanno sempre rispettato l'armonia del centro storico?
«Non sarei così pessimista. Ci sono parti della città moderna non male. C'è una viabilità funzionale. Abbiamo la conservazione del paesaggio agrario che rispetta la famosa centuriazione romana. Bisogna anche considerare che, in tutta Italia, lo sviluppo tumultuoso degli anni Sessanta non sempre è stato portato avanti in modo armonico. L'espansione edilizia era considerata soprattutto per l'economia, per gli sviluppi industriali. Non vedo veri e proprio obbrobri. Anzi, ci sono anche forme architettoniche contemporanee di grande interesse. A Modena, da sempre, si ha un occhio di preferenza per lo sviluppo della società civile, per il welfare, per la sanità, per il sociale. Prima di opere di grande prestigio. Mi auguro che, prima o poi, sorga qualcosa che rappresenti l'eccellenza di Modena nella cultura, nell'arte. Che esprima il meritato prestigio e valore della città. A volte, purtroppo, per provincialismo, queste imprese si sono concluse in modo velleitario, con progetti che, alla fine, non si sono realizzati. Soprattutto perché la politica è meno snella, meno decisionista rispetto alle imprese private. Il Progetto di Frank Gehry, per esempio. Nonostante il grande nome dell'architetto star, l'impresa sarebbe stata una manifestazione più velleitaria che incisiva nel tessuto architettonico della città».
Se dovesse sintetizzare i pregi e i difetti di Modena e dei modenesi, cosa sottolineerebbe?
«I pregi li ho già enumerati. Qui nessuno approfitta per ottenere aiuti oltre il minimo indispensabile. Tutti cercano di bastare a se stessi, non per ottimismo ma per la filosofia e la pratica di comportarsi con dignità e rimboccarsi le maniche. Quanto ai difetti (sappiamo bene che nessuno è perfetto), sono rappresentati da certe forme di provincialismo, di individualismo esasperato e anche di mancanza di consapevolezza delle nostre possibilità. Inoltre le tradizioni famigliari sono tali per cui i figli devono succedere ai padri, anche se incapaci o viziati dagli agi o le due cose insieme. Molti esperti richiamano la necessità di superare le dimensioni della piccola e media impresa che pure ha grandi meriti, di fare sistema e perseguire lo sviluppo dei distretti».
Se dovesse e potesse proporre cosa fare nella sua città, cosa privilegerebbe? Quali gli interventi prioritari?
«In generale, direi di concentrare le risorse, che non sono tante, in interventi incisivi sul tessuto economico, civile, evitando, il più possibile, dispersivi interventi a pioggia, che lasciano il tempo che trovano. In particolare vorrei che si organizzasse una lotta senza quartiere alle infiltrazioni mafiose che sono molto presenti , anche nei centri satelliti. L'edilizia e le grandi attività commerciali sono i pantani dove si annidano questi delinquenti».
Lei è archeologo. Dopo le diverse spedizioni portate avanti con successo, cosa vorrebbe ancora fare, realizzare?
«Ho in corso, attualmente un progetto che spero di realizzare in tempi non biblici e inoltre non ho mai rinunciato al progetto Selinunte per cui avrei anche i finanziamenti. L' ambizioso programma di restauro e ricomposizione del grande Tempio G di Selinunte, osteggiato da molti accademici, ma privatamente oggetto di un certo stupore e di una malcelata ammirazione».
Roberto Armenia
©RIPRODUZIONE RISERVATA
SEGUE ALLE PAG. IV E V
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google

