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Franco Guerzoni: "Quel sogno del ‘900 quando la cultura era un riscatto sociale"

di FRANCO GUERZONI
Franco Guerzoni: "Quel sogno del ‘900 quando la cultura era un riscatto sociale"

L’artista Franco Guerzoni ricorda la sua formazione negli anni d’oro di Modena... Con qualche suggerimento

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di FRANCO GUERZONI

Un ricordo che non mi abbandona mai, legato agli anni Settanta, è un ricordo di grandi aspirazioni allora condivise coi tanti artisti della città ai quali rimango debitore per avermi accompagnato verso le fantasie dell'arte. Mi sono modellato con loro, e con le loro esperienze artistiche, maturando un senso altissimo dell'amicizia e della stima. Modena era una città attraversata dai fermenti sperimentali che arrivavano da ogni parte. Ricordo per tutti Emilio Mattioli, Albano Biondi, Adriano Malavasi, Oscar Goldoni, Mario Molinari, Luigi Ghirri... che oggi non sono più con noi, ma che sono state amicizie rilevanti per la mia formazione, e per quella di tanti che continuano oggi con grande successo le loro ricerche, per tutti Franco Vaccari, Claudio Parmiggiani, Giuliano Della Casa, Carlo Cremaschi...

L'incontro delle arti era un tema quotidiano, la poesia si ibridizzava con le immagini, col cinema sperimentale, con la musica, con il teatro. Un sogno ricorrente d'incontro che a tratti ritorna anche nel nostro tempo. Modena allora, ma credo anche oggi, era un teatro di crescita di tanta fotografia, un laboratorio con punte altissime. Non era quindi il Macondo raccontato da Marquez, ma città piena di fermenti che aspiravano ad un allargamento della coscienza, stando in ascolto delle ricerche artistiche che arrivavano da lontano. Il mio fu un vero e proprio innamoramento per le immagini contemporanee, poi vissuto a ritroso alla ricerca del loro passato. Non mancavano nella città progetti culturali importanti, penso alle biblioteche, al circuito cinema d'essai, al più recente Vie festival, manifestazione teatrale coraggiosa e assai seguita, ad una Galleria Civica che ha permesso un vero e proprio attraversamento dell'arte contemporanea. Penso al Festival Filosofia, che nel corso degli anni ha moltiplicato un consenso unico in Italia e non solo, al Festival della Poesia, alla Fondazione Fotografia, che propone mostre di altissimo livello, alle manifestazioni colte del S. Carlo, al lavoro degli Amici della Musica.

Non mi pare manchino quindi occasioni di promozione culturale. Se non si pensa a Modena come a Venezia o Firenze, credo proprio che questa piccola città non manchi di un suo specifico culturale, avendone certamente dimenticate alcune. Forse a mio parere occorrerebbe un investimento a lungo termine, come pensavano i sognatori del 900, una didattica non banale, che avvicini i cittadini sempre di più alle proposte culturali. Condividere il patrimonio è la scommessa di oggi, il tema del nostro tempo, i modenesi devono sentirlo “loro”, perché è a loro che appartiene. A questo proposito ricordo un episodio familiare di orgoglio cittadino: quando Felice Maniero, il bandito padovano, ci rubò il ritratto di Francesco I del Velasquez, mia madre, che aveva per la sua città una speciale venerazione, si addolorò e si agitò moltissimo. Da persona mite quale era, fu invasa da un'ansia che avrebbe voluto il sindaco, il vescovo, gli artisti tutti della città, fino al prefetto nell'adoperarsi personalmente in una ricerca immediata del capolavoro. Chiese anche a me, ovviamente, di cercarlo. Io un po' smarrito da quella tanta agitazione le chiesi se quel ritratto lei l'avesse mai visto dal vero, ma certo che no! mi rispose, è nostro! Era anche suo.

Altre ricchezze ci appartengono e potrebbero essere meglio condivise con la città. Penso ad un artista importante e tanto amato come Bartolomeo Schedoni, ben rappresentato alla pinacoteca di Parma e al museo Capodimonte di Napoli, pittore modenese del tardo '500, dalla intrigante vicenda personale e dal grandissimo talento. Una mostra a lui dedicata potrebbe essere finalmente una buona occasione di approfondimento e condivisione di quella conoscenza che le grandi mostre si incaricano di divulgare, specialmente quando la storia di un artista si rivela così ricca di intrecci, duelli, amori all'altezza del miglior romanzo storico. Un recentissimo ricordo va al piccolo gioco scenico che ho dedicato al ritratto di Francesco I del Bernini, in occasione della bella iniziativa Notti Barocche. L'osservazione giornaliera del palazzo dei Musei, dallo splendido lapidario, fino a tutte le raccolte del Museo vero e proprio, è stata affollatissima. Per tre giorni, ho assistito ad una coda interminabile da grande museo europeo. Mi ha commosso la compostezza e la pazienza dei modenesi che silenziosamente si ponevano in ascolto della meraviglia che avrebbero incontrato. Ovviamente, questa tre giorni densa di appuntamenti, tra cui le altissime lezioni magistrali di Fumaroli e Lavin seguite da un pubblico foltissimo, non è ipotizzabile su scala quotidiana, ma la dice lunga sulla predisposizione della città ad accogliere un invito di approfondimento storico e culturale di carattere a volte addirittura scientifico. Questa può essere dimostrazione di quanto ancora si può fare per avvicinare i cittadini ai loro istituti, realizzare quel sogno del '900 cui mi riferivo prima, che attribuiva alla cultura in tutte le sue forme, non solo un diritto, ma anche un'idea di riscatto sociale.

Sono sostenitore del nuovo nella sua qualità, e credo si debba avere cura di congiungere la città storica alla città di oggi, che merita la stessa attenzione. Si dovrebbero pensare interventi architettonici sintonici che congiungano la popolatissima città nuova, al centro. Ripensare un segmento congiuntivo che unisca le due diverse entità, come lo è stato nel passato il disegno dei parchi delle mura. Il centro storico, che è il cuore della città e sua memoria, va conservato con particolare attenzione alla sua fragilità. I restauri sono la chiave per aprire e ridefinire competenze, far vivere e rivivere luoghi del passato. In questo l'architettura contemporanea potrebbe trovare stimoli e dare risposte. Spesso, mi accorgo, che si perde la percezione tra il costruito ed il paesaggio, una città è anche il suo paesaggio, che non è soltanto l'idea di natura-bonsai dei giardini privati, quanto piuttosto il rispetto del suolo che garantisce la quinta naturale della città. Sarebbe auspicabile a questo proposito un incontro più costruttivo tra le associazioni che difendono la natura ed il patrimonio storico e le amministrazioni della città, piuttosto dello scontro sistematico a cui si assiste.

L'arte può unire? A questa domanda non ho una risposta certa. Ricordo un piccolo episodio voluto dalla curia modenese, allora rappresentata da mons. Cocchi, che invitò gli artisti della città ad occuparsi di un particolare di quella meraviglia assoluta che è il nostro duomo romanico, da interpretare e narrare ai modenesi. Io mi interessai alla porta della pescheria, il senso di responsabilità mi agitò molto. Chiesi aiuto al prof. Quintavalle per evitare imprecisioni storiche, e all'arch. Mattia Parmigiani che mi aiutò nel progettare un gioco di luci sul portale. Fu un'esperienza di grandissima suggestione, e tutti gli artisti invitati diedero una personale lettura, molto profonda ed emozionante. Fu un grande successo. Cosa può fare un artista se non condividere le proprie meditazioni?

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