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il documento pRESENTATO ALLA CGIL

Workers Act contro Jobs Act «Così si tutelano i lavoratori»

di Gabriele Farina
Workers Act contro Jobs Act «Così si tutelano i lavoratori»

“Ecco la nostra alternativa a Renzi”. Ieri è stato presentato in Cgil il Workers Act. Un “decreto dei lavoratori” redatto da ventuno rappresentanti di Sbilanciamoci! cui aderiscono cinquantuno...

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“Ecco la nostra alternativa a Renzi”. Ieri è stato presentato in Cgil il Workers Act. Un “decreto dei lavoratori” redatto da ventuno rappresentanti di Sbilanciamoci! cui aderiscono cinquantuno associazioni. Il testo intende “ribaltare la prospettiva” del Jobs Act, raddrizzando gli “errori” della riforma. Come esemplificato dalla copertina di Mauro Biani, in cui un lavoratore è licenziato per avere corretto il capo sulla pronuncia del Jobs Act.

“DIRITTO CAPOVOLTO”

“Un diritto del lavoro capovolto, che tutela il più forte”. Per gli autori nel Jobs Act “il legislatore manca di rispetto ai cittadini, illudendoli che le norme abbiano un significato diverso da quello effettivo”. In esame i vari tipi di contratto previsti nel decreto. Le tutele sono crescenti “per i datori di lavoro”, mentre sarà “crescente il numero dei lavoratori esclusi dalla tutela dell’articolo 18”. I contratti a termine “da eccezione diventano regola”. Con la riforma si favorirebbero i voucher, “gratta e vinci del lavoro”, e non “Tfr, indennità, maternità o assegni familiari”. Per gli autori cresce così l’occupazione instabile, si legittimano demansionamento e controlli a distanza, marginalizzando poteri sindacali e controlli giudiziari. Duro il giudizio sul salario minimo, che per i lavoratori subordinati “avrebbe addirittura l’effetto di abbassare le retribuzioni”. Il risultato? “Lavoratori usa e getta”.

INVERSIONE DI TENDENZA

Le alternative alla riforma, per i rappresentanti di Sbilanciamoci!, esistono. Per loro occorre partire dalla qualità del lavoro e non dalla semplice quantità: meno ore a testa e una nuova redistribuzione, accompagnata da un carico fiscale ricalibrato. Ancora, una ridefinizione di “contratti di lavoro giusti” e non un mero “diritto di licenziare”. Nel “decreto dei lavoratori” si propone un salario orario minimo “vero”, come in Germania (8.5 euro) e Stati Uniti (15 dollari). Da ripensare sistemi di tutela dei redditi e pensioni. Per gli autori è necessario anche guardare con occhio critico alle cifre. Dei 162.498 contratti a tempo indeterminato siglati a marzo (circa 53mila rispetto a febbraio) “gran parte delle assunzioni rappresentano una sostituzione di contratti di lavoro pre-esistenti in altra forma”.

IL PUBBLICO FACCIA DI PIÙ

Circa 250mila posti di lavoro in più con un investimento annuo di 5 miliardi. È una delle vie che potrebbe seguire il settore pubblico per garantire nuova occupazione. Richieste nel complesso nuove politiche economiche e un’agenzia pubblica per l’avviamento al lavoro, accanto alla stabilizzazione dei precari. Domandato un finanziamento annuale di 840 milioni di euro per coinvolgere circa 150mila giovani nel Servizio Civile Nazionale. Proposti tipi di contratto più semplici: tempo determinato (ripristinando l’articolo 18 dello Statuto), a termine (con un solo rinnovo), apprendistato (con assunzione di almeno il 50%), part-time. Ancora, estendere anche ai lavoratori autonomi forme di tutela per gravidanze, malattie e infortuni. Per gli stage (anche universitari) proposta una retribuzione minima di 400 euro al mese, con aumento dopo i sei mesi. Retribuzioni previste anche per i praticanti.

IL PROBLEMA FLESSIBILITÀ

Il testo sottolinea, infine, la “vera emergenza” per il lavoro in Italia, anche in termini di produttività e investimenti. Spazio anche alle “idee sbagliate sulla flessibilità” . Mercato del lavoro rigido? Falso per gli autori, come le maggiori protezioni per i lavoratori subordinati. Ancora, il rischio che “i contratti a tutele crescenti si trasformino in contratti senza tutele”. Gli ultimi tre punti riguardano il fatto che la flessibilità “non accresce” contratti stabili, innovazione e produttività. Nel testo si prendono in esame anche luoghi comuni. “Sostenere che in Italia si lavora meno che in altri Paesi è privo di fondamento”. Un esempio? Il confronto tra le ore medie annue per lavoratore in Germania (1.338) e in Italia (1.752).

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