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La giovane ribelle che da babysitter diventò consorte

di Maria Vittoria Melchioni
La giovane ribelle che da babysitter diventò consorte

L’irlandese Maggie piaceva tanto ai bimbi Ancor di più al fratello della padrona di casa

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Verso la fine degli anni Novanta anche Modena non fu immune dalla “moda” di avere come babysitter una ragazza “au pair”, alla pari, che solitamente corrispondeva ad una ventenne del nord Europa che non aveva voglia di andare all’Università.

Francesca, con i suoi due figli naturali e uno in affido, visionò tutti i curricula che le arrivarono dall’agenzia e scelse Margareth, irlandese, con un taglio pixie alla Sharon Stone e una marea di lentiggini.

Maggie arrivò da Dublino, via Londra, all’aeroporto di Bologna e ad attenderla trovò tutta la famiglia festante. Tutti tranne lo zio Carlo, il fratello trentenne di Francesca, che usava la mansarda della casa della sorella come abitazione quando era in città e non in viaggio per conto della ditta di ceramiche per cui lavorava.

Il fatto che la ragazza non capisse né parlasse l’italiano fu uno dei motivi che giocarono a suo favore nel momento della scelta: i bambini avrebbero dovuto sforzarsi ad imparare la sua lingua per poter comunicare con lei, quindi sarebbero cresciuti parlando fluentemente l’inglese, magari con un po’ di inflessione di Cork.

Ma con la vera convivenza, la cosa si dimostrò più un ostacolo che un pregio. Francesca faticava anche a chiederle cosa le piacesse da mangiare, visto che la ragazza sembrava non apprezzare molto la cucina emiliana, non disprezzando per nulla, invece, il lambrusco e il pignoletto che beveva a pranzo, cena e dopo aver messo a letto i bimbi mentre guardava la tv.

Anche i modi di Maggie non erano sicuramente quelli dell’istitutrice inglese alla Mary Poppins che si era immaginata Francesca. Ma piuttosto quelli della balia di Giulietta ideata da Shakespeare: guance rubiconde, modi sbrigativi e molto incline a coprire le marachelle del bimbi piuttosto che evitare che le compiessero.

Il sabato era il suo giorno libero e Maggie era solita trovarsi con altre sue connazionali che studiavano a Bologna, stava fuori tutta la notte e la domenica tornava in condizioni pietose. I bambini però le si erano affezionati molto: erano più ordinati, si lavavano ogni giorno senza fare storie, si toglievano le scarpe non appena entravano in casa, alle sette cenavano e alle otto e mezza erano già a letto. E di questo Francesca non poteva lamentarsi.

Le perplessità sulla scelta di Margareth tornavano prepotentemente alla ribalta quando la vedeva mangiare senza alcuna grazia, tracannare birra e poi ruttare come se si trovasse al Temple Bar a Dublino.

La cosa invece divertiva molto Carlo, che si univa alla famiglia per la classica pizza della domenica sera.

Carlo era anche l’unico della famiglia che parlasse un discreto inglese e che fosse in grado di capire i coloriti intercalari che Maggie usava quando Francesca la rimproverava per non comportarsi proprio come una lady. I due iniziarono a trovarsi sempre più spesso sul pianerottolo per scambiare quattro chiacchiere e fumare una sigaretta, lontano dalle narici dei bambini e da quelle di Francesca, che mal tollerava anche quest’altro vizio della sua babysitter.

E fu così che un sabato Maggie non prese il treno regionale per Bologna, ma salì semplicemente le scale e passò la serata (e la nottata) al piano di sopra, nella mansarda di Carlo.

Francesca non era in casa quando lei uscì, così non sospettò nulla, fino a quando la vide rientrare in tuta e calzini antisdrucciolo.

«Sarai mica andata a Bologna con i calzetti?» – le chiese, sgranando gli occhi.

«Oh shut up!» – rispose la biondina, che suona un po’ come un nostro “Ma finiscila!”.

Francesca la inseguì fino alla sua stanza per cercare di avere spiegazioni di quel look quanto meno bizzarro, ignara o forse semplicemente reticente nel voler ammettere quello che le fu subito chiaro, e cioè che Maggie non fosse mai andata via di casa per il week-end. Il campanello suonò in modo provvidenziale.

«Mag hai dimenticato lo spazzolino!» – urlò Carlo nel corridoio, che immediatamente si trasformò nella corsia di una gara dei 100 metri piani per quanto velocemente fu percorso da Francesca.

«Dimmi un po’ – disse al fratello con fare minaccioso – da quando in qua sei emigrato dalla Russia alla verde Irlanda?» – punzecchiandolo sul suo debole per le belle bionde dell’Est con il quale era solito uscire.

Carlo diede la più femminile delle risposte: «Mi fa tanto ridere».

L’anno “au pair” di Maggie si trasformò in un biennio fino a trasformarsi in un vero e proprio trasferimento, con tanto di convivenza prima e matrimonio con raffiche di vento a 100 km/h e pioggia battente, poi. Francesca non avrebbe mai creduto che, sfogliando quel catalogo di ragazze, avrebbe scelto anche la propria cognata.

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