«Se accusano me mando in galera tutti»
Così uno degli indagati contro i vertici della coop. Intanto i carabinieri sequestrano ville e società per 53 milioni ad altri due
«Io sono convinto che ce l’hanno scaricata. Hanno detto lì c’erano quelli, sono quelli i responsabili...». Parlando con Pasquale Matano di Cpl, l’ingegner Giulio Lancia (sono due degli indagati per concorso esterno nell’inchiesta) si sfoga così, quando viene fuori la questione degli accordi tra la Cpl e il Clan dei Casalesi.
E nelle sue parole - riferite da Matano ai carabinieri del Noe - c’è l’evidente timore che da Concordia vogliano scaricare le tutte le colpe ai referenti campani della Coop: «Se è così faccio un disastro - dice Lancia a Matano - Se so che è così sai quanti ce ne mando in galera prima che ci vado io...». Già.
La strategia della Cpl - afferma nell’ordinanza che dispone gli arresti il giudice delle indagini preliminari, Federica Colucci - «era infatti tesa a mascherare l’accordo col clan, evitando contatti “diretti” tra l’azienda modenese e gli affiliati, creando una sorta di filtro».
Il primo filtro è anzitutto Antonio Piccolo, 49 anni, di Casapesenna, uomo di fiducia di Cpl anche in lavori in Emilia, «interfaccia imprenditoriale della famiglia Zagaria e, per conto di questi, di tutto il clan dei casalesi», per il giudice. A Piccolo, i Ros dei carabinieri l’altro giorno hanno messo i sigilli a beni per 8 milioni di euro (2 ville, 14 appartamenti e 4 appezzamenti di terreno e società). Le richieste di sequestro sono state fatte dai pm che conducono l'inchiesta (i sostituti Sirignano, Maresca e Curcio, coordinati dal procuratore aggiunto Borrelli).
E non sono gli unici sequestri: sequestrati anche a Claudio Schiavone beni per 45 milioni di euro (88 immobili, 2 società di capitali, una impresa individuale, tre quote societarie, 2 auto, 1 moto).
Che la Cpl - a cominciare da Casari - avesse cercato di occultare i termini dell’accordo, per scaricare eventuali responsabilità su altri, i magistrati lo deducono anche da altri elementi, come le testimonianze: «Il collaboratore di giustizia Antonio Iovine - specifica l’ordinanza che rimanda in carcere Casari, accusandolo di concorso esterno - riferisce a settembre 2014 che l’accordo con la Cpl prevedeva che gli imprenditori cui affidare i subappalti fossero formalmente indicati dai Sindaci; un’ulteriore cautela per evitare che si potesse un giorno contestare alla società la scelta di avvalersi di imprese “colluse”...»
«Se non ricordo male, il Sindaco di ciascun paese doveva dare il suo assenso, mi pare attraverso una delibera, in ordine alla scelta del subappaltatore; invero, vi posso dire che tutti i Sindaci furono contattati e avvicinati, sempre tramite il Piccolo Antonio, e gli fu detto di deliberare l’assenso e di dare l’ok in relazione ai menzionati subappaltatori che noi “casalesi”avevamo scelto».
«Posso dire per certo però che faceva parte dell’accordo preso tra i Casalesi, il Piccolo e la Concordia, nel senso che era un modo per “tutelare” la Concordia stessa in ordine alla scelta dei subappaltatori da noi indicati; in sostanza l’assenso era per mettere le carte a posto; tutto ciò, però, fu il frutto di un accordo preso con la Concoria stessa».
E ovviamente il clan chiedeva a ogni ditta ditta i suoi “riscontri”. Racconta Massimiliano Caterino ai pm: «Gli imprenditori che erano stati individuati per eseguire i lavori e che avevano realizzato le opere, corrispondevano mensilmente somme di denaro variabili agli emissari del gruppo Zagaria. Come anticipato, una parte del denaro versato quantificabile in circa 7500 euro mensili era destinato alle casse del clan ed un’altra parte più consistente e variabile, confluiva nelle casse della famiglia Zagaria. Ne sono a conoscenza non solo per essermi occupato personalmente della rendicontazione delle somme riscosse dagli imprenditori per il clan Zagaria, ma anche perché in due distinte circostanze ho ritirato personalmente nel 2003 una somma forfettaria di 50.000 euro la prima volta e 70.000 euro la seconda. Queste somme così raccolte le consegnai nelle mani di Pasquale Zagaria nella sua abitazione precisando che si trattava di denaro proveniente da Antonio Piccolo. Anche gli altri imprenditori versavano somme di denaro ed in alcune circostanze ho ritirato personalmente il denaro da Claudio e Salvatore Schiavone, Nicola Di Bello... A differenza delle somme di denaro versate dal Piccolo e consegnate a Pasquale Zagaria, le somme versate dagli altri citati imprenditori, entravano nel calderone che veniva versato nelle casse del clan al momento delle riunioni con gli altri soggetti che rappresentavano le famiglie Schiavone, Iovine e Giuseppe Caterino».
Alberto Setti
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