Gazzetta di Modena

Modena

Emotion
emotion

Andrea Bertolini: «Prima di correre io parlo alle auto: hanno un’anima»

di Stefano Aravecchia
Andrea Bertolini: «Prima di correre io parlo alle auto: hanno un’anima»

Da 25 anni fa il lavoro più invidiato al mondo: pilota e collaudatore Ferrari. «So di essere fortunato al volante di un mito»

6 MINUTI DI LETTURA





Siamo a cavallo tra il 1980 e 1981, tra gli appassionati aggrappati alle recinzioni della pista di Fiorano per vedere la Ferrari girare c’è un bambino di 7 anni. Di nome fa Andrea, sulle spalle del papà ammira con lo sguardo ipnotizzato il suo idolo Gilles Villeneuve.

Quel bambino il suo sogno l’ha realizzato: Andrea Bertolini è un collaudatore di Ferrari di F1 e da strada, fatto che già di per sè lo rende uno degli uomini più invidiati del pianeta. Ma è soprattutto un vincente in pista tanto da essere considerato tra i piloti Endurance più forti di sempre.


Il 42enne sassolese incarna nel vero senso della parola il sogno Ferrari: ha infatti guidato tutte le monoposto di Formula 1 del Cavallino prodotte dai primi anni 70 ad oggi (tranne la sfortunata 126 C2 del 1982, quella di Villeneuve) contribuendo allo sviluppo di alcune delle Gran Turismo più belle di Maranello. Una vita a tutto gas, invidiabile, eccitante, adrenalinica. «Lo ammetto, mi sento un privilegiato e col tempo questa sensazione non passa. Lo percepisco dall'entusiasmo delle persone che vedo sui circuiti di tutto il mondo. Dopo 25 anni non mi sono stancato, le vibrazioni sono sempre le stesse. Faccio un lavoro fantastico, appagante, che mi dà sempre motivazioni. D’altronde gareggio per il marchio più importante del mondo».

 

[[atex:gelocal:gazzetta-di-modena:modena:foto-e-video:1.11748209:MediaPublishingQueue2014v1:https://www.gazzettadimodena.it/modena/foto-e-video/2015/07/09/fotogalleria/andrea-bertolini-immagini-da-una-vita-di-corsa-1.11748209]]
 

Quella con la Ferrari è una storia che dura da 25 anni, nata quasi per caso.

«Sì, una bella storia iniziata quando avevo 17 anni: mi sono trovato in pista a Fiorano a girare per conto di una squadra del campionato Challenge. Non avevo neanche la patente. La mia fortuna è stata quella di essere al posto giusto nel momento giusto: quel giorno a Fiorano a bordo pista c'erano Dario Benuzzi, capo dei collaudatori, e Pietro Corradini, meccanico di F1. Cinque giri sulla F355 Challenge bastarono per convincerli a darmi una chance. Sono entrato in Ferrari facendo un’esperienza a 360 gradi: all’inizio ho lavorato ai banchi prova sui motori, esperienza che mi è stata utilissima nella carriera di pilota. Una volta ottenuta la patente facevo mezza giornata di lavoro sulle auto, e mezza giornata a guidare. Sono stato il più giovane collaudatore delle vetture sperimentali della Ferrari, seguendo lo sviluppo dal disegno su carta fino alla messa in strada».
 

Com’è nata questa passione?

«È stato mio padre a trasmettermela. Era nato tutto come un gioco, né io né mio padre abbiamo programmato il fatto che diventassi pilota. Poi con talento, fortuna e forza di volontà ho fatto della mia passione una professione».
 

Cosa significa essere (quasi) tutti i giorni al volante di una rossa?

«So di essere fortunato, anche se guidare la Ferrari comporta dei doveri e delle grosse responsabilità. Chi lavora per un brand importante come Ferrari o Maserati rappresenta qualcosa in più rispetto a una qualsiasi altra casa automobilistica, lo capisco anche quando parlo con altri piloti che sognano - un giorno - di guidare macchine coi loghi del cavallino o del tridente. Sono al volante della storia».

Il fascino che esercita la Ferrari da dove arriva?

«Non riesco a spiegarlo, ho solo la fortuna di vivere questo mito. Il brand Ferrari ha un fascino unico, ha il potere trasmettere vibrazioni che le altre macchine non hanno. La Ferrari attrae, seduce, provoca emozioni. Io le guido da una vita ma è sempre come se fosse il primo giorno. E quando vinco sono contento per me ma ancora di più per la Ferrari e la gente che le tifa. Chi è al volante di una rossa dà sempre l’1% in più del massimo con la consapevolezza di guidare un sogno. Per chi non le guida la Ferrari rappresenta un mito, chi ha la possibilità economica considera l’acquisto di una rossa il massimo».

Dopo aver collaudato una Ferrari, cosa si prova nel tornare a guidare una macchina “normale”?

«Si diventa prudenti».

In che senso?

«E' talmente normale per me stare in pista che quando prendo la mia Giulietta vado piano, sono prudente. Sulla strada normale si rischia molto di più che in pista, dove le norme di sicurezza sono elevate e i piloti sono dei professionisti. Sulla strada vedo poco rispetto e tanta ignoranza. In proporzione, per come la gente guida, fortunatamente accadono pochi incidenti».

Che sensazione dà essere definito “l’uomo che guida tutte le Ferrari”?

«Fino a qualche anno fa non ci avevo mai pensato, poi un giorno Antonio Ghini mi ha detto: “Andrea, ti rendi conto che sei l'unico pilota al mondo ad aver guidato tutte le Ferrari di Formula 1?”».

Per uno abituato a guidare ad oltre 300 all’ora esiste ancora la parola paura?

«Quella non l'ho mai avuta, per un pilota professionista non esiste. Esistono il rispetto e la valutazione del rischio. Chiaro che il livello di concentrazione deve essere sempre massimo, guai se cala».

Tra lei e la Ferrari ormai c’è un rapporto di simbiosi.

«Dirò di più. Io con la macchina ci parlo, prima di correre le do dei buffetti, la bacio, la accarezzo. Come se fosse una bimba. A questi bolidi ci si affeziona, come se avessero un'anima».

Quanta pressione ci si sente addosso nel guidare una Ferrari ?

«La mia fortuna è che non sento la pressione e per questo - diversamente da molti miei colleghi piloti - riesco a fare la differenza nei momenti decisivi delle gare. A darmi tranquillità è tutto ciò che mi circonda: sia alla Maserati che alla Ferrari ho trovato persone che hanno creduto in me, io sono solo un finalizzatore di un grande lavoro di squadra. Un ruolo fondamentale ce l’ha la famiglia: con mia moglie Angela siamo insieme da quando correvo nei go kart, nei momenti in cui serve sa sempre dirmi la parola giusta al momento giusto infondendomi serenità. Poi a darmi una carica incredibile sono anche i miei due figli, Alessandro di 7 anni e Arianna di 3».

Allora non è vero - come diceva Enzo Ferrari - che un pilota perde un secondo a ogni figlio che gli nasce.

«Forse nel passato era così perché le macchine erano più pericolose. Ora gli standard di sicurezza sono elevatissimi, ho più paura a girare per strada coi bimbi in macchina».

Rimpianti per non avere mai corso in Formula 1?

«A 10 anni quando guidavo in go kart sognavo la Formula 1. Non esserci arrivato un po' mi dispiace, a 31-32 anni penso che in F1 me la sarei giocata alla grande ma non ne faccio una malattia. Bisogna sempre guardare avanti. Sono uno che ha l'ossessione di vincere ma anche la forza di guardare indietro e dire “sono stato fortunato”. Nei kart c'erano tanti ragazzi con talento ma nessuno di loro ha avuto la fortuna di trovarsi al posto giusto al momento giusto o magari non ha saputo sfruttare l'occasione. Sono contento della mia carriera e sono una persona felice per quello che fa. Molto felice. E poi diciamocelo: piuttosto di correre in F1 con squadre poco competitive, preferisco di gran lunga gareggiare da protagonista nel mondiale GT».

Stefano Aravecchia

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google