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Lui, lei e l’“altra”: l’amore sconfitto dalla carriera

di Maria Vittoria Melchioni
Lui, lei e l’“altra”: l’amore sconfitto dalla carriera

Trasferimento a Parigi, un cambio di lavoro E tutto naufragò nel nome dell’alta moda

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Simona aveva sviluppato la passione per la fotografia sin da piccola, quando la nonna la portava a spasso nelle campagne vicino a Medolla e lei si sdraiava alla ricerca dei piccoli fiori, degli animaletti e degli insetti che con le loro forme strane e con i loro colori sgargianti, attiravano la sua attenzione. All’istituto Venturi, poi, aveva approfondito la tecnica e a ventidue anni era già a Milano a fare servizi di moda per le riviste più importanti del settore, immortalando le più belle modelle e i più bei modelli del fashion system. Fu proprio ad uno shooting per un’importante maison di sartoria per uomo che conobbe Francesco, lo stilista del momento, ricercato da tutti i giornali per il suo background da studente di college inglese e quell’aplomb che è davvero merce rara tra i creativi della moda. Mai una proposta eccessiva o sopra le righe, mai una provocazione. Solo grande amore per i tessuti e per quell’arte di usare ago e filo che tutta Europa ci invidia. Anche il suo scegliere sempre il grigio antracite per i perfetti completi che indossava, faceva di lui un esemplare unico nel suo genere. Simona, abituata alle bizzarrie degli stilisti affetti da una sorta di protagonismo che portava i loro abiti a passare in secondo piano, non poteva credere che esistesse un uomo così nel suo ambiente di lavoro. Se con gli altri ogni posa era concordata dopo un’estenuante trattativa, con Francesco si lasciava guidare e assecondava ogni suo suggerimento. Finito di scattare la campagna pubblicitaria, i due andarono a pranzo assieme sui navigli. Simona era completamente rapita dai racconti di Francesco sui suoi pomeriggi passati a Savile Row nei laboratori dei sarti più importanti di Londra. Lo ascoltava con il gomito appoggiato al tavolino e la mano a sorreggere la testa, proprio come fanno i bambini quando racconti loro una favola. Francesco si soffermava nelle descrizioni delle esperienze sensoriali che gli dava l’accarezzare i tessuti cardati provenienti dalle Shetland e lei immaginava che quelle mani un giorno potessero accarezzarle il viso. Nessuno dei due dichiarò esplicitamente il proprio interesse per l’altro in quel primo incontro. Ne servirono altri, altre cene, nel loro personale giro del mondo attraverso le cucine internazionali dei ristoranti più chic di Milano. Solo dopo l’ennesimo piatto di Tôm khô (gamberi in salsa di caramello, baluardo della cucina vietnamita) lui le chiese di finire la serata a casa sua, guardando quel film di Truffaut dal quale aveva preso ispirazione per l’ultima collezione che aveva disegnato. Il suo appartamento in una delle strade più rinomate di Brera, sembrava uscito da un servizio di Architectural Digest dove ogni cosa ha una sua spiegazione razionale e non è stata appoggiata lì per caso. Tanta perfezione metteva in soggezione Simona, che mentalmente paragonava il suo miniappartamento in Porta Romana tappezzato di foto ritagliate dalle riviste, da provini, da composit delle modelle, con gli obiettivi sparsi qua e là appoggiati su ogni mensola. Ed era proprio questa loro diversità a fare da collante ad una relazione vissuta al riparo da ogni gossip, che nel loro ambiente avrebbe potuto costare la carriera indistintamente ad uno dei due. Il tempo scorreva scandito dal ritmo delle settimane della moda tra New York, Londra, Milano e Parigi in un apparente tran tran tranquillo, fin quando si presentò per Francesco l’occasione della vita: diventare capo ufficio immagine di una delle più importanti maison francesi. Il che significava un immediato trasferimento nella Ville Lumière. Simona si sentì di colpo cadere. Come se le venisse a mancare il treppiede sul quale appoggiava la sua Canon, di colpo la prospettiva era cambiata e nulla era più a fuoco. Francesco tentò di rassicurarla: loro erano gente con la valigia in mano, che un giorno si sveglia a Londra e si addormenta ai Caraibi, un’ora di aereo non avrebbe cambiato nulla tra di loro. E infatti fu così per sei mesi circa, poi la nostalgia, le ore troppo vuote della notte, portarono Simona a chiedere all’agenzia per la quale lavorava, un trasferimento sotto la Tour Eiffel. Nelle giornate che riusciva a ritagliarsi per andare alla ricerca di una casa a Parigi, Simona si sottoponeva ad estenuanti colloqui con i comitati di condominio che dovevano analizzare la sua situazione per accettarla o meno tra loro. Il destino volle che la risposta affermativa arrivasse “dal palazzo” a fianco a quello in cui abitava Francesco. Avrebbero potuto vedersi in ogni momento, mantenendo la propria indipendenza dato che dopo un anno era troppo presto per parlare di convivenza. Simona fece quelle valigie con il cuore che le pulsava nel petto a più non posso: già immaginava le passeggiate sul lungosenna, le domeniche passate al Marais in cerca di qualche pezzo di design. Ma ad attenderla a Charles de Gaulle c’era solo una macchina mandata da lui, che non aveva potuto andare a prenderla perché impegnato con una videoconferenza con dei buyers asiatici. Le assenze di Francesco furono molto di più delle sue presenze e giorno dopo giorno la relazione si spense, nonostante il grande gesto d’amore compiuto da Simona. Nessuna donna si intromise tra i due, solo un ingombrante insegna in Faubourg Saint Honoré.

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