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Fallita a Modena l’agenzia Monti, tempio della scommessa

di Giulio Luppi
Fallita a Modena l’agenzia Monti, tempio della scommessa

Il giudice ha nominato un curatore per la più celebre sala ippica della città Un mondo di fumo e di illusioni dedicato alla passione modenese per i cavalli

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MODENA. C'era una volta la sala corse di via Belle Arti. Sì, proprio così, sala corse e non agenzia ippica, come si sarebbe chiamata più tardi, verso la fine degli anni '80, per compiacere i perbenisti. La sala corse di via Belle Arti era di Lauro Monti e dei suoi fratelli, che ne avevano parecchie altre disseminate per il centro e nord Italia. Ora l'agenzia ippica Monti, nel frattempo da anni trasferitasi in via San Giovanni Bosco, è fallita. La dichiarazione di fallimento è stata firmata dal giudice il 7 luglio che ha anche nominato un curatore fallimentare: così è finita un’epoca.

Destino atteso. Non meraviglia. Non aveva nulla della vecchia sala corse; ne era soltanto la sua diretta erede, la sua propaggine “malata” e ha subito il destino di tante altre agenzie ippiche. Ma la sala corse Monti ha avuto un suo peso nella storia modenese: è stata la prima sala corse cittadina, quella storica e piuttosto fortunata degli anni '70 e parte degli anni '80.

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Un mondo che non c'è più. All'epoca non esistevano le scommesse sportive, le slot machine, le videolottery - tutto ciò che ha ucciso l'ippica - ma solo scommesse sui cavalli, l'unico gioco su cui si poteva legalmente scommettere. Per il benpensante modenese, quello era un posto malfamato, un luogo di perdizione e di vizio, né più né meno che una casa di tolleranza o una fumeria d'oppio. Ed era una percezione così forte e radicata che alcuni fra gli stessi frequentatori vi entravano di soppiatto, sgusciando dentro con il bavero alzato. Ma in realtà, per i giocatori, quello era un luogo di culto in cui era possibile scommettere e far salire l'adrenalina, sognando di vincere un mucchio di quattrini.

Luogo di incontro. Ma Monti era anche un luogo d'incontro, di scambio di chiacchiere, dove i veri appassionati si dividevano a volte in fazioni: una per questo cavallo, un'altra per quel fantino, come fossero stati Inter, Juventus o Milan. Certo, c'è chi si è rovinato, ha perso appartamenti, moglie, automobili, ma c'erano anche quelli che sapevano gestirsi, che non alzavano mai il tiro.

A quei tempi era consentito fumare nei luoghi pubblici, così come al cinema o al ristorante e naturalmente il gioco è un pretesto formidabile per accendersi una sigaretta dietro l'altra. Succedeva così che sala corse diventava un'autentica ciminiera che impregnava di fumo i vestiti e i capelli. Quasi tutti fumavano, mentre imprecavano, gioivano, bestemmiavano.

Amarcord. Ricordo i blocchi che contenevano i diversi tagli dei biglietti. Se non mi sbaglio quelli viola erano da mille lire, quelli azzurri da 2mila lire, quelli rosa da 5mila, quelli gialli da 10mila e così via fino al biglietto da 50mila, che credo fosse bianco. E il nome del cavallo o dei cavalli, a seconda della scommessa (vincente, accoppiata, multiplo…) era sempre scritto a mano da uno dei ragazzi che lavoravano come turnisti dietro il bancone. Perché tutto veniva fatto a mano, a quell'epoca. Lauro Monti era toscano e gli piaceva esasperare questa cadenza utilizzando quella sua voce inconfondibilmente roca. Spesso si metteva in aperto contrasto con i giocatori più incalliti e li sbeffeggiava. Gli piaceva la sfida: io sono il banco, tu il puntatore, ma alla fine vince sempre il banco. Questo naturalmente non lo rendeva un modello di simpatia, ma era personaggio genuino, schietto, senza sovrastrutture, con un suo modo un po' istrionico di gesticolare.

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