Via Alassio, centro islamico sotto accusa: «Siamo solo islamici che pregano»
Hanno affittato un grande spazio ma i vicini e i residenti della zona temono una moschea
MODENA. Un centro islamico che divide. Siamo in via Alassio 228, da pochi mesi sede dell’associazione Takwah. «È un luogo culturale», garantisce il presidente, Abdur Rahman Sardar. Dal Comune dicono che tutto è in regola, mentre i residenti sollevano più di un timore.
«Abbiamo iniziato ad aprile - racconta Sardar, bengalese in Italia da 24 anni - siamo un luogo culturale fatto da musulmani di tutte le età. I nostri giovani e i nostri ragazzi non conoscono il rispetto e a noi non piace». Alcuni residenti lamentano il fatto che il luogo (già adibito ad attività commerciali) possa essere una “moschea abusiva”. Un’ipotesi smentita dal commerciante, che ha un banco al Mercato coperto Albinelli. «Abbiamo fatto l’atto e lo statuto - riprende Sardar - parlando prima con il padrone del locale. Come musulmani preghiamo cinque volte al giorno, ma non è una moschea».
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Dal Comune hanno spiegato che la destinazione d’uso adottata è compatibile e che non c’è nulla di male nelle preghiere nella sede. «Pregano, ma non sappiamo cosa dicono - recrimina invece una residente - non sappiamo come abbiano fatto a ottenere il luogo, adibito a negozio o ufficio. L’amministratrice del condominio sta preparando un documento. Scrivono che è un centro culturale: non è giusto. Li rispetto e loro mi devono rispettare».È un’epoca in cui religione e fondamentalismo sono troppo spesso confusi. Talvolta, la prima è usata come strumento politico in uno scontro presentato come “di civiltà”.
«Non lo accettiamo - commenta Sardar - da musulmani credenti siamo al 100% contro la violenza. L’Islam non la vuole. La nostra religione vuole amore, piacere, vivere in tutta tranquillità. Non vogliamo creare nessun disturbo. Dico la mia verità, quello che dice Allah». «Non ci sono stati episodi - replica una donna che abita nel palazzo - però uno spazio dedicato a un centro commerciale non può essere usato per altro, dal mio punto di vista. Non so se il Comune possa fare qualcosa, ma spero di sì».
«Non siamo stati informati per tempo - aggiunge un’altra residente - sono stata una delle prime ad andare a vedere. Non è un fatto di religione, ma in un complesso di cento immobili dovrebbero essere date informazioni diverse. Eravamo appena riusciti a evitare che ci fosse una sala giochi». «Non vogliamo fare baccano - riprende Sardar - né mai fare male agli altri. La nostra cultura è aperta a tutti. È un posto per studiare e imparare anche in italiano. Il capo condominio non ha voluto parlare con noi».
Infine, il tema sulla presenza femminile. «Ho saputo che si prega e noi donne possiamo andare - aggiunge Bouchra - ma non possiamo ovviamente dividere gli spazi con gli uomini». «Siamo musulmani, veri credenti - conclude il presidente - se le donne vogliono visitare possono venire, però devono pregare in casa». ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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